“Song to song”. Locandina e trailer del nuovo film di Malick

1Sono visionabili in rete sia la locandina che il trailer (vedi sotto) di Song to song, il nuovo atteso film di Terrence Malick, in arrivo nelle sale statunitensi il prossimo 17 marzo.

Nella licandina del film compaiono gli attori principali, vale a dire Ryan Gosling, Rooney Mara, Natalie Portman e Michael Fassbender, ma il cast di Song to song prevede anche la presenza di Cate Blanchett, Christian Bale, Benicio Del Toro e Val Kilmer.

Dichiaratamente divergente dalle precedenti produzioni di Malick, Song to song è stato in parte girato anche nel corso dell’annuale rassegna musicale texana Austin City Limit Fest, indizio che lascia intendere come la pellicola sia intrisa anche di rock’n roll, oltre che di vicende legate alla sfera affettiva. Non a caso, infatti, il cast prevede la partecipazione anche di eminenti personalità di settore quali Patti Smith, Black Lips, Iggy Pop, Lykke Li, Florence and The Machine e Red Hot Chili Peppers.

Quanto alla trama (se ve ne sarà una in senso lineare, conoscendo l’idea di cinema malickiana), Song to song è incentrato sulle vicende di due cantanti in difficoltà, di un magnate del rock e di una cameriera adescatrice che daranno luogo a due triangoli amorosi.

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Sassi nello stagno (Luca Gorreri, 2016)

1Uno stagno, per definizione, è uno specchio d’acqua di piccole dimensioni, poco profondo e di conformazione particolarmente quieta e silenziosa. Può essere l’habitat perfetto per forme di vita di limitata corporatura, così come per vegetazioni acquatiche di particolare fascino estetico e, come letteratura e arte figurativa insegnano, anche etico. Tutto, in uno stagno, è docile e tranquillo, tutto trascorre il proprio tempo terrestre sotto l’ala protettrice della propria natura e dell’avvicendarsi eterno e regolare delle stagioni. Ma cosa succede se qualcuno o qualcosa, dall’esterno, lascia cadere nello stagno un oggetto estraneo come un frammento di roccia, una pietra, un sasso? Succede che la quiete eterna dell’acquitrino viene sconvolta da una serie di onde circolari perfette che si propagano verso l’esterno in cerca di nuove soluzioni da considerare, nuovi luoghi da esplorare, nuove strade da attraversare e nuovo tempo da percorrere, per poi cessare il loro flusso e lasciare che tutto torni alla sua primordiale tranquillità.

Luca Gorreri – esordiente filmaker con una spiccata e non comune predilezione per il cinema documentario – non poteva scegliere metafora migliore per definirie i contorni della sua splendida opera prima Sassi nello stagno, da lui scritta, diretta e prodotta in commemorazione (e speranzoso recupero ideologico) dell’enormità che fu il Salso Film & Tv Festival di Salsomaggiore Terme (ex Incontri Cinematografici di Monticelli Terme e Incontri Cinematografici di Salsomaggiore Terme, poi Emilia Romagna terra di Cineasti e Cinema Art Festival).

Adriano ApràAttraverso amichevoli e apertissime conversazioni con i principali protagonisti di quello che fu un vero e proprio miracolo nazionale di settore (il direttore Adriano Aprà, il vicedirettore Patrizia Pistagnesi e il segretario generale Luciano Recchia in primis, con interventi, tra gli altri, anche di Enrico Ghezzi) Gorreri ripercorre gli anni tra il 1977 e il 1989, periodo in cui il Salso Film & Tv Festival visse momenti ineguagliabili di reciproco sostegno e influenza culturale tra il territorio, gli organizzatori, numerosi giovani autori (da lì emersero nomi ormai celebri come Marco Tullio Giordana, Silvio Soldini, Fiorella Infascelli, Silvano Agosti) e nomi di fondamentale importanza nel seminale panorama filmico internazionale (soprattutto europeo) contemporaneo.

Moltissime furono le eminenze cinefile che sostennero e presenziarono al Salso Film & Tv Festival (Bertolucci, Godard, Fuller, Jarmusch, Almodovar, Kaurismaki, un non ancora focalizzato Wenders, il non ancora considerato talento dei fratelli Coen) e Gorreri, col prezioso supporto dei suoi protagonisti, li fa rivivere sullo schermo attraverso l’utilizzo di una molteplicità metalinguistica che si fa tentativo di riproposizione di un reale, di quel reale, di ciò che fu alla base di un’esperienza senza precedenti e assolutamente innovativa per l’epoca in questione (complice principale fu l’innesto salvifico della predisposizione cineclubbistica proveniente dalle esperienze di organizzatori e addetti ai lavori).

3Ma Sassi nello stagno non è un semplice documentario, così come Gorreri non è soltanto un filmaker. Si può parlare di vera e propria esperienza autoriale, infatti, nel momento in cui l’impronta documentaristica di Gorreri – comunque sempre molto presente ed efficace nel suo necessario atto narrativo – non lascia strada ma attira verso di sé – fino ad inglobare quasi completamente – tutta una serie di forme, stili e configurazioni visive proprie di differenti eppure, qui, complementari sfumature filmiche. Una simile scelta risulta essere perfettamente coerente con il dispiegarsi graduale del racconto documentaristico incentrato sulle molteplici ed estremamente eterogenee personalità ospitate a Salsomaggiore Terme. Pertanto, si parte da un linguaggio fatto di puri documenti (testionianze e – pochi – scritti dell’epoca) ma costruito con una particolarissima attenzione (non solo) emotivamente letteraria, dove è lo stesso Gorreri ad accompagnare sullo schermo l’atto stesso della creazione filmica nell’avvicendarsi metalinguistico dei protagonisti innalzati a motore principale dell’azione, trasformandosi, di fatto, in vero narratore autoesclusosi (anche se mai del tutto, anzi) per il bene della questione; e si giunge ad una strabiliante escursione audiovisiva dove il linguaggio diventa padrone del tutto nella sua sorprendente capacità di accompagnare ogni visione e recupero mnemonico parlando la medesima lingua di ognuno di essi (Godard, Hellman, le liberatorie non-costruzioni di Ghezzi per Fuori orario).

Un altro importantissimo – quando non centrale – nucleo discorsivo posto in essere da Gorreri in Sassi nello stagno è, sicuramente, il difficilissimo rapporto che una certa ideologia avanguardistica e sperimentale di cinema contemporaneo, proprio in quegli anni, stava portando fermamente avanti in un recinto spaziotemporale socialmente e ideologicamente (e politicamente?) chiuso e restio (da qui la calzante metafora del sasso nello stagno; alzi la mano chi, tra noi, non vive mai situazioni del genere) innalzando lo scettro rivoluzionario del padroneggiamento più assoluto di una nuova forma comunicativa ed espressiva in piena via di ridefinizione continua (le nuove tecnologie, l’avvento della televisione, i nuovi media, il video). Un discorso, questo, assolutamente teletrasportabile ai giorni nostri così come in qualunque epoca e situazione presente e futura, visto il continuo respingersi tra una visione cinefila rivolta al concetto di evoluzione e una situazione antropologica, più che sociale, che lascia ben poco adito a speranze future.

4Tutto questo, se vogliamo, fa di Sassi nello stagno non solo un documento di grandissimo valore storico e storicamente cinematografico, ma un vero e proprio romanzo verista da grande schermo, con necessarie quanto inevitabili deviazioni surrealiste o, per l’appunto, puramente metalinguistiche. Ciò dimostra come Gorreri sia un autore assolutamente in grado di padroneggiare estremamente bene i mezzi a disposizione per disvelare un discorso che parte dal Cinema per diventare Cinema esso stesso, quando non lo trascende per farsi opera eterna nella speranza del ripristino di quel fondamentale potere attivamente comunicativo che l’Arte, quella vera, non deve mai dimenticare di detenere.

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Split (M. Night Shyamalan, 2017)

1Chi ha sofferto è più evoluto.

Così parlò il male puro e assoluto dal profondo della sua più inarrivabile, forse inconcepibile, di certo inaccettabile ma reale e incontrovertibile ragion d’essere. Ed è questo l’assunto su cui si fonda l’intera possibilità di pescare la più concreta chiave di volta di Split, nuovo gran bel lavoro cinematografico di un M. Night Shyamalan finalmente tornato – anche se non del tutto – su quei passi che ne hanno fatto, ad inizio millennio, uno dei principali artefici di una modalità molto particolare – per quanto naturale e a tratti anche ovvia – di intendere l’atto stesso del generare Cinema. Eccetto elementi diegetici terminali che, oltre a ben altro, pongono in essere una sorta di trasmigrazione delle ben note capacità che Shyamalan ha più e più volte dimostrato di maneggiare adeguatamente nel campo dei “twist endings” verso qualcosa che si allarga talmente tanto da toccare quasi un’intera filmografia – in questo, genera sollievo veder recuperare un certo senso di continuità concettuale, anche se in casi come quello dell’ultimissima sequenza si rischia di esagerare anche un po’, ma staremo a vedere – Split è un’opera certamente non perfetta ma grande e lungimirante, un prodotto non limitatamente filmico che concede a Shyamalan il lusso, forse, di tornare a dissetarsi presso la sacrosanta fonte della costruzione del senso attraverso la tessitura di fotogrammi che, come in questo caso, non sono cesellati per autoconcludersi ma si aprono a raggiera verso continue possibilità associative.

Dall’intera filmografia di Shyamalan, Unbreakable (2000) è il titolo che, trascorsa qualche settimana dall’uscita nelle sale di Split, si avvicina di più alle intenzioni argomentative qui espresse (e non solo per quell’ultima sequenza che vedrete o che avrete già visto). Lo è nella misura in cui si riesce ad accettare che il cinema di Shyamalan, e la sua eterna grande metafora metadiegetica, oltrepassa i limiti dello schermo per farsi vita reale nel momento dell’avvenuta traduzione spettatoriale di immagini bidimensionali in ologrammi cognitivi quotidiani.

Di thriller, certo, si tratta. Ma quello – se si conosce Shyamalan, e non solo Shyamalan, lo si sa bene – è solo il mezzo che veicola il contenuto. Un contenuto che sicuramente non tocca le vette metalinguistiche de Il sesto senso (1999), Signs (2002) o The village (2004) ma richiede comunque a gran voce il proprio spazio e la propria inestinguibile motivazione esistenzialistica esattamente come fa ogni tassello della caratteristica principale che contraddistingue questo nuovo lavoro da un punto di vista prettamente teoretico.

2Split narra di Kevin (un James McAvoy di paralizzante perfezione), un giovane uomo affetto da una crisi di identità talmente potente e inarrestabile da sviluppare, al di sotto della sua superficie cutanea, la bellezza di 23 personalità differenti. Tra queste, qualcuna ha preso il sopravento – sia mentale che fisico – al punto da obbligare tre di esse, Dennis (sempre McAvoy) in associazione con l’entità femminile Patricia (ovviamente McAvoy) e la controparte infantile Hedwig (idem), a rapire tre ragazze, Casey (Anya Taylor-Joy), Claire (Haley Lu Richardson) e Marcia (Jessica Sula), e rinchiuderle in un seminterrato. A turno, le ragazze hanno a che fare con Dennis, Patricia e Hedwig, ma solo una di loro, Casey, emergerà come pedina principale della vicenda per via di caratteristiche esistenziali molto nette, profonde e laceranti ma scaglionate a dovere nel corso della narrazione per costruire, gradualmente, il quadro generale di ciò che emerge dal prodotto filmico. In cura psichiatrica dalla brillante dottoressa Fletcher (Betty Buckley), Kevin, nelle vesti di Barry (un’altra delle sue personalità), non riesce a riemergere dal vuoto assoluto in cui è costretto da enormi traumi passati, anzi è eternamente preda di frammentazioni interiori talmente ben costruite e così alacremente in cerca della verità assoluta da minacciare di continuo l’imminente arrivo della “bestia”, ovvero la parte più terribilmente demoniaca che dimora nelle viscere più buie e insondabili dell’animo umano (di Kevin come, alla lunga, di chiunque altro).

Attraverso una scrittura non certosina come lo erano le più lucide esperienze passate ma, di sicuro, molto ben architettata alla luce delle intenzioni sostanziali, Shyamalan dirige una pellicola che con Unbreakable, ben oltre i fotogrammi finali, condivide a pieno il senso più nascosto eppure estremamente limpido e visibile da occhi consapevoli e devoti alla causa emotiva. Chi ha sofferto è più evoluto, dunque, così come chi ha sempre rivolto al cinema di Shyamalan il giusto sguardo riesce a mettere a fuoco la propria visione interiore su un prodotto che torna a parlare direttamente all’animo più recondito dello spettatore, se esiste ancora (sono moltissimi, qui, gli sguardi in macchina). Come il David Dunn di Bruce Willis riusciva a trovare una forza (fisica e di volontà) inimmaginabile e quasi inumana, eppure già lì, viva, a portata di mano ma irriconoscibile senza quello sguardo e quella fiamma di calore autoreferenziale insito nel credere in se stessi e nelle proprie capacità soppresse, anche il Kevin Wendell Crumb di James McAvoy muta vicendevolmente il proprio corpo sotto il controllo inossidabile di una mente inaccessibile, ma lo fa risorgendo da un bagaglio basilare che è soppressione differente in quanto non appartenente a involontarie forme di depressione individuale, bensì aderente a stroncature emotive originate nel momento esatto in cui nacque, in lui, un’essenza luminosa associabile alla gioia più pura del prendere parte all’esistenza terrena. Traumi di simile impatto, in punti vitali di sviluppo basilare, possono avere riscontri di varia natura e creare numerose ramificazioni. Ognuna di esse rischia di condurre in direzioni imprevedibili, ma affrontare faccia a faccia la propria “bestia” (quella di Kevin, quella di Casey, la tua, la mia) è il nucleo del discorso. Kevin è succube di se stesso o, meglio, degli svariati sé che lui stesso ha (deliberatamente?) creato rinunciando – al contrario di David Dunn – o non riuscendo a serrare le mascelle contro le avversità remote più inammissibili e ingiustificabili per abbandonarsi a una continua difesa estraniante che è sinonimo di graduale sparizione. Ne emerge, in parallelo, proprio quella evoluzione da lui declamata come principio basilare di una vita all’insegna della sofferenza, assunto che viene allo scoperto – non a caso – anche in un altro prodotto shyamalaniano, vale a dire Wayward Pines, la serie televisiva da lui prodotta, supervisionata e a tratti diretta, incentrata proprio su un concetto di evoluzione umana perennemente in bilico tra riaffermazione di una particolare intenzione di bene e un male che nasce, però, proprio dalle più recondite contraddizioni insite anche nella più pura intenzione benevola.

3È un discorso molto ma molto vasto, quello posto in essere da Shyamalan in Split (e in Unbreakable, e in Wayward Pines), come vasto è il territorio su cui sceglie di muovere i propri passi. Ma d’altra parte, se non lo si è ancora capito, è sempre stato così in un’opera omnia in cui il film è solo il trampolino di lancio per il disvelamento del vero senso da esso suggerito, un senso che scavalca felinamente ogni transenna visiva e materiale come “la bestia” raggiunge i suoi obiettivi, mossa da uno scopo la cui condivisione e comprensione (perché c’è, la comprensione) appartiene a chi la sa (perché la può e la vuole) recepire e amministrare.

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Cut (Amir Naderi, 2011)

cut-2Al mondo esiste una serie sconfinata di film sul cinema, nel senso di pellicole incentrate su di una narrazione desiderosa di focalizzare l’attenzione su metodiche, tecnicismi o anche solo contenuti e significati – collettivi o individuali – sprigionati da un’Arte che, quando vuole, le può realmente comprendere tutte. Da Effetto notte di Truffaut ai più recenti The artist e Birdman (Hazanavicius e Inarritu), da I protagonisti di Altman a Lo stato delle cose di Wenders, quando non addirittura invocando precursori visionari lungimiranti come George Méliès (La lanterna magica) o pietre miliari come Billy Wilder (Viale del tramonto), passando per i nostrani Moretti (Il caimano, per gran parte anche Sogni d’oro), Fellini (Intervista, così come larga parte delle creazioni cinematografiche del Maestro), Scola (Splendor) o Tornatore (Nuovo cinema Paradiso) e chi più ne ha più ne metta, sono più di una miriade i nomi (grandi e piccoli) che hanno pensato, almeno una volta, di fermarsi a riflettere sul senso più profondo delle loro scelte filmiche, spesso e volentieri paragonabili a vere e proprie scelte di vita.

Guardando oltre la delimitazione occidentale, però, ci accorgiamo che, dati di fatto alla mano, nemmeno il cinema proveniente dal fronte orientale – quando non soggetto a privazioni antidemocratiche ai limiti del dittatoriale – è esente dall’eccellenza contenutistica metalinguistica. Anzi. Con molta probabilità, è soprattutto in quel contesto che maturano le riflessioni più profonde ma, soprattutto, più indispensabili a determinate cause grazie alla considerazione di un’Arte come il Cinema capace, forse più di alcune altre, di estrapolare dai vari contesti le argomentazioni più ruvide ma, al contempo, meticolose e, per questo, necessarie al desiderio di porre in essere tutta una serie di opinioni che partono dal Cinema come mezzo tecnico-teorico per apparecchiare tavole rotonde al cospetto di punti di vista, situazioni e scenari perfettamente aderenti al reale. Specialmente il cinema iraniano, in questo, rappresenta un baluardo di forma e contenuto, basti focalizzare la memoria sull’opera omnia di Abbas Kiarostami o passare in rassegna variegate riflessioni sulle interminabili costrizioni che comunque non legano mai le mani a Jafar Panahi per capire come da quella particolare fetta di terra provenga il fulcro di un discorso che necessita solo di una ulteriore e maggiore divulgazione.

cut-1Anche se da trent’anni statunitense di adozione e, più di recente, accolto in territorio italiano per il suo ultimo lavoro (Monte), anche l’iraniano Amir Naderi (Premio Camillo Marino alla Carriera al Laceno d’Oro 2016 di Avellino) non elude l’enorme possibilità tematica offerta dal privilegio del fare un film. Ed è per questo che anche in una pellicola di rara e genuina intensità sia fisica che intellettuale (nel senso che, nell’esprimere una determinata condizione, in questo caso Naderi ci mette sia anima che corpo reale del protagonista) come quella che dona luce all’esperienza giapponese di Cut (2011) Naderi si arma proprio di quella potenza espressiva conferita dal saper sfruttare l’occasione per intavolare un’opera di una potenza disarmante in termini di desiderio espressivo che, mai come in questo caso, equivale per davvero alla fatidica “questione di vita o di morte”.

Shuji (Hidetoshi Nishijima) è un giovane regista convinto che il declino post-industriale del mondo intero sia dovuto anche al fatto che nessuno sente più il bisogno di usufruire del Cinema come mezzo fondamentale per una adeguata formazione umana e una conseguente capacità di trascorrere l’esistenza terrena con il bagaglio di una concezione sociale e morale dignitosa. Impossibilitato a reperire fondi per girare un nuovo film, quando non si fionda a meditare in bianco e nero sulle lapidi di maestri come Kurosawa o Ozu, Shuji sfoga la sua rabbia urlando in strada, al megafono, le sue ragioni mentre, in parallelo, placa il suo disprezzo per il solo intrattenimento che governa il mondo organizzando interessanti cineclub sul terrazzo di casa sua. Durante una di quelle proieizioni, però, due scagnozzi vengono a prelevarlo per portarlo in una palestra di periferia adibita a club clandestino. Qui, il braccio destro del capo mafioso gli spiega che suo fratello, a sua insaputa ingaggiato dal clan yakuza, non aveva saldato un debito oneroso finendo, quindi, per essere ucciso. Nel porgergli le ceneri del familiare, l’uomo spiega a Shuji che ora tocca a lui estinguere il debito del fratello. Non sapendo come porre rimedio alla cosa, impossibilitato a reperire una simile cifra ma, soprattutto, pieno di rabbia fino al midollo e divorato dai sensi di colpa per non aver prestato ascolto alle richieste di aiuto del fratello, Shuji viene ispirato dalla reazione di alcuni giocatori di carte perdenti che escono dalla sala per sfogarsi su un sacco da boxe: da quel momento in poi, sarà lui a farsi prendere a pugni sotto pagamento fino a tentare di raggiungere la cifra da restituire.

cut-3Tutte le pellicole elencate in apertura di questo scritto godono del comun denominatore dell’eccelsa considerazione del dato artistico come salvaguardia per l’animo umano, più che di una professione. Ma nessuna – nessuna – di esse scopre le carte di una rabbia e di un fervore così viscerale da far paura e, al contempo, da suscitare commozione nella maniera più detonante possibile in chi la Settima Arte la vive per davvero sulla propria pelle, fosse anche non nel mezzo del settore. Amir Naderi, con un film così personale, profondo e viscerale come Cut, scavalca ogni possibile metalinguaggio fine a se stesso per raggiungere una bellezza non tanto formale (anche se qui c’è eccome) quanto ascrivibile alla potenza di contenuti critici che solo chi ne condivide il lato più esistenzialista può afferrare in pieno.

Cut è un film sul Cinema non solo per la compresenza di figure ed elementi diegetici riferibili per direttissima al mezzo tecnico, ma soprattutto per la veemenza disarmante con cui Naderi tratta il dato filmico, vale a dire intendendolo come indispensabile e vitale forza suprema che, unica e sola, ordina i passi da compiere a individui altrimenti direzionati verso altri universi possibili. Il pregio di un film come Cut (e di un’idea di cinema come quella di Naderi) è quello di non piangersi mai – mai – addosso o cullarsi su soffici guanciali nostalgici buoni, a volte, solo per costruire gusci autoinclusivi rassicuranti ma discutibili. No. Naderi e Shuji escono allo scoperto, non ci mettono solo la faccia ma tutto il corpo (filmico il primo, fisico il secondo). Quanto al corpo reale di Shuji, questo è sia materia dei resoconti che materia dei sogni, dal momento che, a quanto pare, le due cose possono anche (anzi devono) combaciare in un’unica conformazione reale. I momenti di riflessione di Shuji, al di là di una vita intera, sono attimi in cui il vero Cinema “passa attraverso di lui” tramite proiezioni personali che lo includono fisicamente in un quadro complessivo fatto di assenza di una meta (il finale di Sentieri selvaggi di John Ford) e consapevolezza di appartenere a una generazione smembrata e inopportuna agli occhi di un consumismo affarista che dell’Arte, tutta, non sa più che farsene neanche a livello industriale (la sequenza della battuta di caccia da La regola del gioco di Renoir). Shuji può solo “incassare” pugni animaleschi e denaro che non vedrà mai, mentre il nuovo cinema (con la c minuscola e contraltare yakuza) “incassa” i propri tornaconti esclusivamente monetari in giro per il mondo. Non a caso, la parola “cut” è quella che viene detta dai registi anglofoni per dare lo stop alle riprese: assieme alla pellicola nella macchina da presa, smette di girare anche il mondo intero per chi semplicemente non appartiene alle sue dinamiche globali predominanti.

cut-4Sublime, allora, è la monumentale sequenza finale in cui Shuji, per estinguere la parte di debito mancante, accetta di ricevere cento pugni che, forse anche per provare ad alleviare il dolore materiale, equipara ai cento film più belli e importanti della storia del Cinema (per lui ma non solo). Parte qui una vera e propria carrellata parallela di devastazioni fisiche (i pugni selvaggi) e redenzioni interiori (la classifica discendente dei film), fino al raggiungimento della sua “Rosebud” personale, quella inestinguibile verità sopraffatta dalla compresenza di amore e morte, odio e tolleranza in cui si è costretti ad esistere una volta privati della propria stessa identità. Dare “anima e corpo” al Cinema, allora, vuol dire anche affermare la propria stessa esistenza, urlare a squarciagola il sacro diritto alla propria stessa legittimazione terrena.

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Laceno d’Oro 2016. Domani la consegna del premio ad Amir Naderi

naderi-1Fissato per domani 4 dicembre l’appuntamento presso il Cinema Partenio di Avellino (via Giuseppe Verdi) per la consegna del Premio Camillo Marino alla Carriera al maestro iraniano Amir Naderi. Alle 20:30 sarà proiettato il suo ultimo lungometraggio, Monte, e in seguito, alla fine del film, avrà luogo la cerimonia di consegna del riconoscimento.

Oggi, invece, Naderi ha passeggiato per le vie del centro irpino per poi soffermarsi presso il Godot Art Bistrot di via Mazas per un incontro con la stampa. Nel corso della conversazione, Naderi ha raccontato la sua carriera e discusso sui suoi lavori filmici, lasciando emergere la sua brillante figura di uomo semplice e aperto all’esplorazione dei luoghi più profondi dell’animo umano.

«L’Italia», ha spiegato Naderi, «con la sua cultura, la sua lunga storia e il suo background complesso è uno dei paesi più interessanti al mondo. Sono convinto che più di qualsiasi altro paese abbia prodotto geni che hanno cambiato il corso della civiltà. Questa è la ragione per cui questa volta ho scelto di girare il mio nuovo film qui». quanto al Laceno d’Oro in sè, per Naderi si tratta di «un festival onesto, dove non ci sarà il red carpet ma predomina l’ “heart carpet”, il tappeto del cuore».

 

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Laceno d’Oro 2016: il programma

1Presentato il programma dell’edizione 2016 del Laceno d’Oro, lo storico festival cinematografico internazionale irpino che assegnerà, quest’anno, il Premio alla carriera Camillo Marino al regista iraniano Amir Naderi.

La manifestazione, che si terrà ad Avellino e provincia dall’1 al 12 dicembre prossimo, vedrà la partecipazione di vari comuni irpini (Mercogliano, Ariano Irpino, Montoro, Calitri, Atripalda, Summonte, Chiusano San Domenico) con organizzazione di proiezioni, concerti, mostre, dibattiti ed eventi di vario tipo e spessore.

Il programma del Laceno d’Oro 2016 prevede una vastissima serie di eventi tra cinema e arti affini.

La giornata del 6 dicembre sarà dedicata a Keywan Karimi, regista iraniano recluso per la sua attività di documentarista, con proiezione dei film per cui è stato condannato a un anno di prigione e 223 frustate, Writing on the City e Drum, presentato alla Settimana Internazionale della Critica a Venezia.

Tra gli ospiti internazionali figurano l’attore cult Lou Castel, che lunedì 12 dicembre, al Movieplex di Mercogliano, presenterà il documentario A pugni chiusi di Pierpaolo De Sanctis.

Tanti e importanti anche gli incontri con i registi internazionali premiati quest’anno. La consegna del riconoscimento ad Amir Naderi avrà luogo domenica 4 dicembre alle ore 20:30 al Cinema Partenio di Via Giuseppe Verdi assieme alla proiezione speciale di Monte, il suo ultimo lungometraggio presentato fuori concorso alla 73esima Mostra di Venezia e premiato come “Film della Critica” dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani. Amir Naderi terrà anche una masterclass aperta al pubblico lunedì 5 dicembre alle ore 17:30 presso il Cinema Partenio. A Naderi è dedicata anche una retrospettiva dei suoi principali lavori: Marathon (2002), A,B,C… Manhattan (1997), Waiting (1974) e Il Corridore (1985).

Sarà premiato anche il regista portoghese Miguel Gomes, che ritirerà il premio domenica 11 dicembre (ore 20:30, Cinema Partenio) e presenterà in anteprima per la Campania Le mille e una notte. Arabian nights, il film evento di Cannes 2015, una trilogia tra fiaba pasoliniana e documentario, poesia e denuncia in un Portogallo oppresso dalla troika.

Sono oltre quaranta i film in programma con particolare attenzione alle produzioni indipendenti italiane. Tra gli ospiti i registi Maurizio Braucci, Alessandro Comodin, Giovanni Cioni, Massimo D’Anolfi e Martina Parenti.

Importante anche la proiezione extra, il 13 dicembre al Movieplex di Mercogliano (ore 20:15), della la versione integrale de I cancelli del cielo di Michael Cimino.

Largo, come di consueto, alle arti parallele, in particolare alla sperimentazione musicale con due eventi all’Auditorium Liceo Imbriani (Avellino, Via Pescatori, 155): il concerto-spettacolo Studio per la messa in scena di uno smarrimento tra l’appennino lucano e una canzone, di Canio Loguercio, autore e interprete, con Alessandro D’Alessandro all’organetto: un percorso di parole e musica fra il reale e l’onirico guidato dall’archeologo Emmanuele Curti e dallo scrittore Antonio Pascale (Giovedì 8 dicembre alle ore 20:30); interessante anche la performance audiovisiva del compositore tedesco Stephan Mathieu che lavora con l’elettroacustica e l’arte digitale astratta (Lunedì 12 dicembre alle ore 21:00).

2Il ricco cartellone è impreziosito dall’evento Il cinema dei fratelli Scarpetta (Mercoledì 7 dicembre all’Ex Carcere Borbonico di Avellino, Piazza Alfredo De Marsico ore 19:00) in collaborazione con il Centro sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale. Saranno proiettati due film muti restaurati, gli unici conservati, con attore protagonista Vincenzo Scarpetta, dal titolo Tutto per mio fratello (1911) e Il gallo nel pollaio (1916), sonorizzati dal vivo dal compositore Giosi Cincotti e dal musicista elettronico Anacleto Vitolo.

Quattro le mostre allestite in città: all’Ex Carcere Borbonico «Hollywood» 1945-1952, a cura di Orio Caldiron e Matilde Hockhofler dedicata al settimanale cinematografico tra i più diffusi nel dopoguerra. A cura di Paolo Speranza, direttore di Quaderni di Cinema sud, sono le esposizioni Trevico-Torino. Ricordo di Ettore Scola regista e meridionalista, con manifesti originali e altri materiali sulla filmografia di Scola (Casa della Musica di Calitri); Da Montoro a Cinecittà. Lionello De Felice nel cinema italiano (Palazzo dell’Annunziata di Montoro), con manifesti e documenti sul regista irpino di fianco alla visione di due film I tre ladri (con Totò) e Cento anni d’amore (con Aldo Fabrizi, Eduardo De Filippo, Titina De Filippo, Vittorio De Sica); Cinema in Irpinia, mostra sui film girati in provincia di Avellino (Dogana dei Grani di Atripalda).

Nel corso della rassegna saranno presentati i cortometraggi selezionati per il concorso Gli occhi sulla città, il cui vincitore sarà annunciato l’11 dicembre al Cinema Partenio alle ore 22:00.

Il Laceno d’Oro è organizzato dal Comune di Avellino e dall’Associazione ImmaginAzione, con il contributo della Regione Campania e in collaborazione con la rivista cinematografica Sentieri Selvaggi. La direzione artistica è affidata ad Antonio Spagnuolo, presidente dell’associazione ImmaginAzione, e Aldo Spiniello, direttore di Sentieri Selvaggi Magazine.

Il Festival Internazionale del Cinema Laceno d’oro è finanziato con fondi POC Campania 2014-2020 Linea Strategica 2.4 “Rigenerazione urbana, politiche per il turismo e la cultura”. Programma giugno 2016-gennaio 2017”, Sezione “Eventi di rilevanza nazionale ed internazionale”.

Per ulteriori informazioni e per visionare il programma completo, consultare il sito internet ufficiale della kermesse www.lacenodoro.it.

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VIDEO – “Silence”, il trailer del nuovo film di Martin Scorsese

Uscirà il 12 gennaio 2017 ma in rete è già in circolazione il primo trailer di Silence, il nuovo film di Martin Scorsese.

Il cast di Silence presenta attori di alto livello come Liam Neeson, Andrew Garfield, Adam Driver, Ciaràn Hinds, Tadanobu Asano, Nana Komatsu e Shinya Tsukamoto.

Tratto dall’omonimo romanzo di Shusaku Endo, Silence narra del cammino di due gesuiti nel Giappone del XVII secolo sulle tracce del loro mentore che ha perso la fede e rinnegato Dio in pubblica piazza. Il loro cammino avrà anche lo scopo di diffondere il Cristianesimo in Giappone attraverso continue violenze e persecuzioni.

Silence, in uscita negli Stati Uniti il prossimo 23 novembre, sarà distribuito in Italia da 01.

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Laceno d’Oro: ad Amir Naderi il Premio Camillo Marino 2016

naderi-2Sarà il maestro iraniano Amir Naderi a ricevere il Premio Camillo Marino alla carriera 2016 nel corso dell’edizione numero 41 del festival Laceno d’Oro di Avellino, manifestazione che avrà luogo dall’1 al 12 dicembre.

Da quanto si apprende sul sito ufficiale della kermesse, Naderi ha accettato di buon grado il premio esprimendo tutta la sua gratitudine in una nota inviata alla direzione del festival irpino.

«Sono davvero felice di partecipare al festival Laceno d’Oro, caratterizzatosi come un faro per l’arte cinematografica in Italia fin dalle prime edizion», afferma Naderi. «Ricevere il Premio Camillo Marino alla Carriera è per me un grande onore, sono lusingato».

Nel pieno del periodo di svolgimento della storica kermesse avellinese, Amir Naderi terrà una masterclass aperta al pubblico subito prima della proiezione speciale di Monte, il suo ultimo film presentato al 73esimo Festival di Venezia. Al maestro iraniano sarà anche dedicata una retrospettiva con la proiezione di molti tra i suoi migliori lavori.

Amir Naderi è una delle più importanti figure autoriali del nuovo cinema iraniano. Attivo fin da adolescente nell’ambito del cinema e della fotografia, Naderi lavora come fotografo di scena per quotidiani e riviste, fino a maturare le sue prime esperienze in qualità di assistente alla regia. Il suo è un cinema che parte da forme tradizionali per poi approdare gradualmente su sponde sempre più visionarie e anti-narrative. Trasferitosi a New York (USA) nei primi anni ’80, Naderi viene accolto dal Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard nel 1997 con A, B, C…Manhattan, mentre è Marathon – Enigma a Manhattan (in concorso al Torino Film Festival nel 2002) il suo primo film a godere di una distribuzione italiana.

naderi-1L’edizione 2016 della rassegna cinematografica Laceno d’Oro di Avellino, in programma dall’1 al 12 dicembre nel capoluogo irpino ma anche in comuni limitrofi della provincia, vedrà, come di consueto, la presenza di personalità di rilievo del cinema internazionale nonché incontri, proiezioni esclusive, rassegne parallele (notevole è quella dedicata ai cortometraggi, Gli occhi sulla città, giunta alla sua II edizione) e ulteriori iniziative collaterali di primissimo piano. Il programma completo della manifestazione sarà diffuso a partire dal 25 novembre.

Filmografia di Amir Naderi:

Khodâ hâfez rafiq (1972)
Saz-e dahani (1973)
Tangsir (1973)
Tangnâ (1973)
Entezar (1974)
Marsiyeh (1976)
Sâkt-e Irân, Sâkt-e America (1978)
Jostoju 1 (1980)
Jostoju 2 (1982)
Il corridore (Davandeh) (1985)
Acqua, vento, sabbia (Ab, bâd, khâk) (1988)
Manhattan by numbers (1993)
A, B, C… Manhattan (1997)
Marathon (2002)
Sound Barrier (2005)
Vegas: Based on a True Story (2008)
Cut (2011)
Monte (2016)

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Essi vivono (John Carpenter, 1988)

1Novembre 2016. Sono giorni estremamente difficili per chi non accetta i non prolifici ritorni al passato. Donald Trump vince le elezioni su Hillary Clinton e diventa il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Di ritorno al passato – almeno politicamente parlando – si tratta effettivamente, in fin dei conti, perché le analogie con l’era reaganiana della presidenza a stelle e strisce c’è praticamente tutta: ulteriore innalzamento della classe dirigente capitalista a macchinista assoluto nella stanza dei bottoni, promozione dell’economia speculativa a conduzione monetaria globale, razzismo, isolazionismo compulsivo e abolizione dell’essere in triste favoreggiamento per l’apparire (Reagan era un attore, Trump è un egocentrico personaggio mediatico prima ancora che magnate; ogni riferimento a nostri connazionali è puramente casuale). Manca, probabilmente, solo un minimo di esperienza politica precedente all’elevazione a pericolosissimo padrone del mondo che per Reagan, in realtà, c’era (Governatore della California dal 1967 al 1975 prima di diventare presidente e di mantenere la carica dal 1981 al 1989).

C’è un film (e un regista) che più di moltissimi altri ha saputo descrivere (e descrive ancora oggi surclassando beceri tentativi di imitazione col sorriso sulle labbra mascherate) la più profonda e oscura realtà celata dalla consueta ceralacca di finto perbenismo o clientelismo dal volto umano. No, non si tratta Clint Eastwood (da sempre filorepubblicano – appoggiò anche Reagan a suo tempo – ma dedicargli un serio boicottaggio al botteghino, unicamente in questo caso di ingiustificabile patteggiamento, non sarebbe cosa tanto sgradita; se non si è ancora convinti, pregasi rivedere quell’abominio propagandistico che è American sniper) ma del maestro John Carpenter, vero e proprio vate di quella non-Hollywood alternativa che ha saputo gettare il vero seme della lucida follia per interi generi cinematografici, in primis l’horror e, soprattutto, il thriller. Esemplari sono, da sempre, Halloween – La notte delle streghe (1978), Fog (1980), 1997: Fuga da New York (1981), La cosa (1982) o Il seme della follia (1995), perché tutti hanno un fondamentale e imprescindibile comun denominatore: per quanto possano ispirarsi alla meccanica quantistica e alle intuizioni metaforicamente surreali alla H.P. Lovecraft (da sempre principali ispirazioni carpenteriane), si tratta di pellicole radicalmente incentrate su tematiche potentemente reali come la natura umana e i rapporti interpersonali regolati dalla vita sia sociale che politico-economica.

Secondo forse solo a Quinto potere di Sidney Lumet (1976), tralasciando la ovvia distinzione di genere, Essi vivono (They live) del 1988, tra tutti i maggiori film di Carpenter, è una pellicola insuperabile nella sua perfezione non tanto formale quanto contenutistica. Sottovalutatissimo all’uscita ma anche nel corso degli anni, Essi vivono è un film da rivedere e assimilare una volta per tutte perché capace di scompigliare ora e per sempre – e con un coraggio ormai più che raro – le carte in tavola per battersi senza esclusione di colpi contro capitalismo consumistico e istituzioni governative isolazioniste.

2John Nada (interpretato a dovere dal wrestler Roddy Piper) è un disoccupato che sceglie di trasferirsi da Denver a Los Angeles in cerca di lavoro. Giunto nella metropoli, John viene assunto in un cantiere grazie all’aiuto dell’afroamericano Frank Armitage (Keith David) che lo invita anche a sistemarsi assieme a lui in un campo di baracche in periferia. Stabilitosi lì, la notte stessa John nota strani movimenti in un palazzo poco distante, nonché il susseguirsi di strani eventi tra cui un predicatore cieco che invoca un non ben definito risveglio e un’interferenza televisiva che apre spazio a un uomo impegnato a divulgare inquietanti messaggi apocalittici. Incuriosito, dopo una retata della polizia John si infila in una chiesa in cui trova una serie di indizi che sveleranno quel luogo come il nascondiglio gestito dall’uomo che appariva nelle interferenze televisive. Ma ciò che più di tutto attira l’attenzione di John è una scatola contenente degli strani occhiali da sole. Indossandone un paio in giro per la città, John si accorge che quegli occhiali offrono una visione della realtà alternativa rispetto a quella che è possibile fronteggiare quotidianamente ad occhio nudo. Inizia così, allora, un vero e proprio viaggio che John intraprende alla scoperta delle più terrificanti stratificazioni che costruiscono la facciata di una realtà ben più profonda e tenebrosa di quanto si possa anche lontanamente immaginare, una realtà in cui molte persone, nella verità che emerge da essa, hanno sembianze aliene mostruose e ogni singola immagine sia pubblicitaria che informale nasconte un substrato di pura propaganda totalitaria.

Carpenter, da sempre, è tra i pochi – pochissimi – autori cinematografici capaci di privarsi di ogni minimo scrupolo pur di esprimere il proprio pensiero e il proprio punto di vista sull’esistenza terrena. E se questo pensiero o punto di vista coincide con una presa di coscienza a dir poco apocalittica nei confronti della realtà circostante, allora tanto meglio calcare la mano e tirar fuori dal cilindro una gemma assoluta per un più che perfetto discorso sulla condizione umana e civile contemporanea.

3Abbandonati momentaneamente gli stilemi tecnici più efficaci per la creazione di un cinema di tensione (per quanto comunque presenti, oltre che nel make up, in una tecnica di montaggio non più unicamente cardiopalmica ma visivamente disvelativa – e non potrebbe essere altrimenti), Carpenter capovolge eventuali diktat del genere thriller-horror per costruire, mattone dopo mattone, una realtà perfettamente aderente a quella effettiva, sebbene la metafora dei “mostri” che sono attorno a noi appartenga più al ramo fantascientifico che a una narrazione potenzialmente drammatica. Ma è proprio questo il punto: scoprire, svelare e tramandare, una volta per tutte, la vera Apocalisse, il vero Inferno in Terra. Non si tratta di un meteorite in arrivo, della collisione con un pianeta nascosto o del giudizio divino: si tratta di un culto della finzione criticato aspramente, non a caso, proprio da un prodotto di fiction, cioè basato su una costruzione ben precisa di eventi che talvolta, però, può risultare molto più aderente al reale di una fedele ricostruzione documentaristica (per quanto anche quel nobile genere detenga enormi esempi di falso a scopo enunciativo); si tratta di ruggire il proprio condivisibilissimo “j’accuse” contro quell’apparire mediatico e tristemente esistenziale che eviscera, stupra e smembra ogni tentativo di evoluzione per una qualunque ipotesi di essere. “Gloria e vita alla nuova carne”, per dirla alla Cronenberg di Videodrome (1983), perché proprio di nuova costituzione si tratta (l’aspetto umano degli “alieni”). Non è un caso, allora, nemmeno se proprio il compianto Roddy Piper, eccentrico e amato lottatore di wrestling, viene scritturato per il ruolo da protagonista in quanto stimato professionista che ha fatto del suo corpo, proprio mediaticamente, la sua fonte di reddito. Tra le tantissime altre, dunque, equivale a magnificenza contenutistica assoluta quella sua soggettiva con e senza i salvifici occhiali scuri (altro oggetto semioticamente rilevante: potenziale metafora del proteggersi dalla finta luce circostante polarizzando lo sguardo, diegetico e ideologico, sulla vera realtà dei fatti); da una semplice totale di una strada losangelina emerge un ammasso confuso e indistinto di messaggi subliminali più potenti di una qualunque lobotomia. Niente di più puramente reale, se si considera le più sottili strategie di marketing commerciale e politico dgli ultimi decenni di vita dell’intero pianeta.

Se proprio occorre tornare al passato per capire i motivi della scelta oltreoceanica di questo presente, allora torniamo al 1988 che è anche il 2016 visto da Carpenter e smettimola di fare abuso di paragoni più o meno profetici. Un profeta non è altro che un essere umano dotato di capacità intellettuali più lungimiranti rispetto a quelle di molti suoi simili. Purtroppo per lui (e per noi), però, i mostri ipotizzati hanno vinto. Domani sarà davvero un altro giorno?

4La nostra natura umana si è lasciata sopraffare dalle istituzioni esistenti, crediamo di essere ricchi e invece siamo precipitati nell’abisso dell’aridità e della miseria, privandoci di ogni aspirazione, espressione e valore umano. Questi artifici ci mantengono in uno stato di banalità elevata impedendoci di vedere la degradazione con la quale abbiamo schiacciato il mistero di Dio che è in noi, e se continueremo a vegetare nella vigliaccheria, nella cecità e nel mutismo sarà la fine. Si sono impadroniti della Terra e ci manovreranno indisturbati finché non li scopriremo e quando ci avranno annientati useranno la melma della nostra materia per concimare i loro giardini”.

A volte quando guardo la tv mi dimentico la mia identità e mi sento improvvisamente l’eroina di una serie o la conduttrice di uno spettacolo. Guardo le mie foto sui giornali mentre scendo da una limousine. L’unica cosa che conta è diventare famosa. La gente mi guarda e mi adora! Io non invecchio mai, sono diventata immortale!”

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Crowdfunding: non è tutto oro quel che luccica

Word Cloud "Crowd Funding"Non serve riportare ancora una volta i tragicomici dati reali riguardanti la Pearl Harbor nazionale (ma non solo) in termini di tornaconto economico per dischi, film e libri: noi italiani, per larga parte, siamo sostanzialmente un popolo di disinteressati a qualsiasi forma d’arte. Forse solo una costante ripresa del mercato dell’usato, in questo senso, si è resa direttissima testimonianza di un vivissimo desiderio spirituale legato ad un certo tipo di masse sopravvissute. Ma per chi l’arte, invece, la vuole fare, come si prospetta il quadro nazionale in luce della sempre calante fiducia delle società di produzione e distribuzione maggiori nei confronti di chi azzarda anche solo il tentativo di richiedere la supervisione di un proprio scritto musicale, cinematografico o letterario? La risposta sta, manco a dirlo, proprio nei riscontri da botteghino, secondo i quali vale una sola ed unica legge: non vendi, quindi non ti produco. Ed ecco allora che prende piede una particolare strategia di finanziamento e incoraggiamento alla produzione, almeno sulla scia delle possibilità cosiddette “minori” o comunque a basso/medio budget: il crowdfunding.

Il crowdfunding

Nell’ambito della produzione artistica e culturale, la parola “crisi” è all’ordine del giorno un po’ per effettive inadempienze, un po’ tanto (forse troppo) per vigliacche o formali scuse di ogni sorta capaci solo di elemosinare, piagnucolando, qualche spicciolo qua e là. Nato principalmente come strumento di raccolta fondi per beneficenza e sostegni umanitari, il crowdfunding ha visto estendere la sua influenza anche nell’ambito della ricerca scientifica, del giornalismo partecipativo, dell’imprenditoria, fino a toccare le corde più profonde, appunto, del settore artistico e culturale. Lessicalmente, “crowdfunding” sta per finanziamento (funding) ad opera del pubblico (crowd). Questa operazione detiene come trampolino di lancio ufficiale il web, vastissima base di aggregazione monetaria fornita da appositi siti internet creati ad hoc allo scopo di presentare e, quindi, proporre un determinato progetto, con tanto di motivazioni esplicative e, per incentivare lo stimolo a seguire la proposta lanciata, forte del sostegno di particolari iniziative o proposte di rendiconto nei confronti di chi sceglie di aderire al finanziamento di un’opera.
Il padre del sistema di crowdfunding è (udite udite) un originario italiano, ovvero Alberto Falossi, fondatore della piattaforma Kapipal e redattore di un vero e proprio manifesto riguardante i principi fondamentali del crowdfunding, il Kapipalist Manifesto. In esso si può constatare che «i tuoi amici sono il tuo capitale» e «permettono ai tuoi sogni di diventare realtà», così come «il tuo capitale cresce se cresce il passaparola». Ma alcune domande sorgono spontanee.

Innovazione o disperazione?

1Se interpelliamo uno dei migliori cineasti emergenti, il pugliese ma romano di adozione Gianluca Colitta (autore, fra l’altro, di una splendida monografia su Citto Maselli, edita da Besa per la collana SettimArte), riusciamo a fare luce sul discorso in maniera estremamente attenta alla reale portata del fenomeno, efficacemente in netta controtendenza al generale entusiasmo internazionale su cui verte la vita stessa del crowdfunding in sé. «Non è che il crowdfunding sia una scelta produttiva prediletta – confessa Colitta – Riguarda più un atto di disperazione. La verità è questa: io preferirei fare le cose normalmente, cioè con un finanziatore che coincide con la figura del produttore e, quindi, non con un produttore che va necessariamente a caccia di soldi. Un produttore finanziatore, quindi, che decide di mettere in piedi un lavoro».
Per fare qualche nome, le piattaforme di crowdfunding più gettonate e capaci di continuare a vivere di vita propria sono Kickstarter (attraverso la quale gli ideatori del social network Diaspora sono riusciti a raccogliere ben 200.000 dollari partendo da una richiesta iniziale di soli 10.000), Indie Go Go e Musicraiser, piattaforma ideata e gestita da Giovanni Gulino, voce della band italiana Marta Sui Tubi, per il quale «ci sono poche alternative perché le case discografiche major investono solo a colpo sicuro e i nuovi artisti devono sostenere da soli costi alti per offrire un prodotto di qualità. Le piccole etichette fanno molta fatica e tanti artisti, anche molto bravi, non trovano uno sbocco sul mercato. Musicraiser permette di trovare fondi e concede un’esposizione mediatica notevole essendo un sito molto visitato. In un anno abbiamo finanziato più di 170 progetti e distribuito più di mezzo milione di euro. Fossimo una casa discografica saremmo tra le migliori, ma rimaniamo uno strumento al servizio dei musicisti per favorire l’autoproduzione a filo diretto con i fan».
Molte di queste piattaforme hanno raggiunto, più di recente, una crescita pari a circa il 300% rispetto al nucleo di partenza, dichiarando a pieno diritto una sorta di intenzione di conquista del mercato europeo.

La panacea di tutti i mali

Stando a quanto, invece, in termini di considerazione generica, esprime in maniera un po’ più esplicitamente diretta e, soprattutto, sincera dal proprio personale punto di vista (decisamente autorevole) uno dei maggiori critici musicali italiani quale è Federico Guglielmi, il concetto stesso di crowdfunding «lo si è voluto enfatizzare come fosse una specie di cura a tutti i mali. Il sistema è partito un po’ col botto perché, come sempre succede quando viene segnalata e propagandata una cosa nuova – sentenzia Guglielmi – se ne parla tanto e magari anche a sproposito, spesso neanche con estrema chiarezza. Bisogna dire, però, che qui da noi è un sistema che sembra essere partito, al di là di tentativi velleitari, anche in maniera professionale. Ma pensare di avere a che fare con la panacea di tutti i mali è assurdo. Inizialmente – prosegue Guglielmi – mi sono detto fra me e me: ecco qua, abbiamo trovato un altro sistema per sommergerci di altri dischi inutili e senza senso quando già ce ne sono fin troppi. Almeno qui da noi, in verità, dovrebbero inventarsi un crowdfunding per impedire alla gente di fare dischi a iosa, visto che il mercato è quello che è, e le produzioni raggiungono una quantità nettamente maggiore rispetto ad ogni umana possibilità di assorbimento».
Parallelamente, si affinano sempre più le regolamentazioni che sostengono e favoriscono le operazioni di crowdfunding, situazioni che, in fin dei conti, hanno permesso una rapida crescita dell’industria culturale in particolari zone europee come, su tutte, il Regno Unito, nella cui giurisdizione l’Enterprise Investment Scheme contribuisce ad incoraggiare gli investimenti nelle start-up, consentendo a chiunque di mettere in gioco tra il mezzo milione e il milione di sterline beneficiando, in sostanza, di un consistente sgravio fiscale sul reddito d’impresa. Negli Stati Uniti, la crescita del fenomeno (comunque esponenziale) è stata arginata e meglio regolata con l’introduzione del cosiddetto Jobs Act, un insieme di leggi che consentono di gestire la raccolta di capitali anche per quanto riguarda le società di più limitate dimensioni per un massimo di un milione di dollari l’anno. Ad oggi, il numero di siti di crowdfunding supera i 9.000.

La situazione italiana

3Nello stivale tricolore, a fronte di tutto questo e malgrado alcuni buoni risultati (come il progetto di Gianni Maroccolo con il compianto Claudio Rocchi, Vdb23/Nulla è andato perso), il giudizio continua ad essere titubante se non proprio ai limiti del negativo. Secondo Colitta «siamo in una fase di confusione in cui non si sa dove poter racimolare soldi e, quindi, li si cerca dove oggi sembra che qualcosa si muova. La mia posizione su questa forma di finanziamento è sospesa: non so realmente quanto si può riuscire a mettere in piedi». Per di più, il dilemma supera anche di gran lunga il solo fattore economico e creativo per innestare dubbi sul lato genericamente organizzativo. «Facciamo che la cifra minima indispensabile per mettere in piedi un progetto, nel mio caso un film – sostiene Colitta – sia un “low budget” per modo di dire, perché equivale sempre e comunque a circa 600.000 euro: chi riuscirà a darteli mai, questi soldi? E soprattutto: veramente si può pensare di chiedere alla rete di utenti una cifra simile, per quanto elevato all’ennesima potenza possa essere il numero di aderenti? Finché fai un corto o un teaser, forse 10.000 euro li puoi mettere in piedi. Ancora: per racimolare soldi in sostegno ad un progetto, cosa si mette effettivamente in rete? Una sceneggiatura? Una sinossi? Una clip? E chi partecipa a questo finanziamento, poi, cosa ricava? Questo io non lo so. Non so se c’è una legislazione che regola questo sistema o se ogni sito gode di un regolamento interno».

Chi propone e chi approfitta

Secondo Guglielmi c’è chi approfitta letteralmente dello strumento messo a disposizione. «Se tutti si mettono a fare crowdfunding per qualunque stronzata, ci si ritrova solo con centomila proposte messe lì con l’imbarazzo della scelta. Il problema, quindi, è sempre quello della coperta: soldi non ce ne sono. Se si tratta di qualcosa di utile da sostenere, cose particolari, belle e gratificanti per chi le fa e per chi poi le riceve, bene; se si tratta, invece, di cialtronate fatte solo per cavalcare l’onda, allora, almeno per me non hanno senso, non contribuisco e mi auguro che nemmeno il pubblico contribuisca».
I regolamenti, come abbiamo visto, ci sono, anche se appartengono, per la maggior parte dei casi più consistenti, a ben altra sfera geografica e legislativa. In Canada, addirittura, è nata una vera e propria Associazione Nazionale Crowdfunding, mentre in America Latina, soprattutto per quanto riguarda Brasile e Argentina, l’importanza maggiore che si è attribuita a tale sistema di raccolta capitali è stata quella relativa alla effettiva possibilità di porre rimedio agli ostacoli creati dalle barriere finanziarie che sovrastano molti giovani imprenditori in seguito alle continue e inarrestabili incertezze economiche dell’epoca corrente. Più di tutti, le caratteristiche basilari che maggiormente hanno preso piede in tale ambito sono state quelle relative al supporto creativo, sostanzialmente quello a maggior rischio di estinzione. Sappiamo benissimo, però, che almeno in Italia, dal punto di vista del sostegno creativo in termini artistici, le acque sono ben più che turbolente.
«Una volta c’era The Coproducers – riflette Colitta – però, vedi, di volta in volta è la disperazione (così come comunque anche l’ingegno) a far emergere soluzioni sempre diverse. Ma sono soluzioni momentanee, legate al tipo di progetto che vai a mettere in piedi. Non c’è una vera struttura che ti dia delle linee guida ufficiali, stabili e soddisfacenti. Una volta era tutto diverso perché, se non altro, il cinema aveva un mercato che garantiva la possibilità di finanziare i film. Anche autori decisamente più ostici avevano l’opportunità di realizzare la propria opera. Oggi è estremamente faticoso fare un film perché il finanziamento statale viene meno costringendoti ad arrancare con molta fatica». Tutto sommato «va bene: internet serve e siamo d’accordo, ma vorrei capire come ci si guadagna qualcosa veramente. La rete non la puoi contrastare nei suoi utilizzi maggiori, come anche in questo caso. Il problema è utilizzarla per trarne un aiuto reale. Andare radicalmente contro non ha comunque senso».

Ognuno pensa al suo orticello

Certo, sarebbe un’ottima soluzione trovare il modo esatto di far esercitare alla rete un ruolo di fondamentale importanza a scopi artistico-creativi. Ma con molta probabilità, dicendola con Guglielmi, almeno qui da noi «più si va avanti e meno attenzione c’è da parte del pubblico per l’oggetto, per la fisicità del supporto, per tutto quello, cioè, che in sostanza regge il mercato. Ed ecco che il mercato stesso si trova a dover sopravvivere e, perciò, saltano fuori suonerie per cellulari o edizioni e ristampe “deluxe” che altro non fanno se non rivendere sempre gli stessi prodotti più volte, consapevoli di barcamenarsi in una continua situazione di sopravvivenza. Il mercato italiano è sempre stato ridicolo, da quando lo conosco. Continua ad esserlo e non vedo proprio come possano migliorare le cose quando gli stessi esponenti artistici son bravi a lamentarsi perché non si vende nulla ma altrettanto talentuosi nel non preoccuparsi minimamente di incentivare la produzione altrui comprando i prodotti dei propri colleghi. Sembra un mondo autistico dove ognuno pensa soltanto al suo orticello, a parte qualche raro e pregevole caso di vera voglia di fare le cose. Stante anche la mancanza assoluta di soldi, non vedo proprio come, di punto in bianco, la situazione generale, grazie a sistemi alternativi, possa avere un’impennata».

Incertezza e prospettive

4Al di qua del confine italiano, insomma, malgrado tutte le premesse positive e, soprattutto, l’entusiasmo generale, tra i fautori dei progetti di crowdfunding e tra coloro che ne fanno parte in quanto motore economico attivo, la situazione pare rimanere, almeno in questo periodo storico, molto incerta e senza particolari orizzonti di prospettiva veramente concreta. Rimane un solo e unico dato garantito: chi riesce a mettere in piedi i propri progetti, almeno sul versante più sostanzioso ed impegnativo, per dirla con Colitta, «per me è un eroe, a prescindere dalla qualità. Anche per i grandi maestri è tutt’altro che semplice. Quando guardi un film, nei titoli di testa compaiono sempre almeno dieci nomi di società che sono intervenute a finanziarlo. E se tra questi nomi non è incluso quello di almeno una delle due società principali, Rai Cinema e Medusa, vuol dire anche che completare concretamente quel film è stato un terno al lotto. E poi, non si tratta solo di procacciamento fondi, che può avvenire, almeno in parte, anche con un procedimento di crowdfunding; si tratta pure di rapporti con, nel caso del cinema, Film Commission, richiesta di finanziamento statale ed europeo, l’intervento di paesi terzi: tutte realtà che mettere insieme è veramente un vero colpo di fortuna. Il tutto solo per tentare di far partire il film».
L’unica vera conclusione che è lecito trarre, almeno per il momento, riguarda la necessità di mantenere anche (in alcuni casi soprattutto) il procedimento di crowdfunding in un mare di possibilità talmente vasto da risentire, però, della estrema necessità non tanto di regolamentazione (comunque sempre basilare e necessaria) quanto di traduzione in vero e proprio sistema. Pena il continuare a veder nascere e quasi contemporaneamente morire casi del tutto isolati. Saremo capaci, noi italiani, anche solo di cominciare a pensare a soluzioni di questa portata? Male non farebbe, forse, partire da un risveglio di quelle coscienze detentrici, nel loro stesso subconscio del subconscio, di un sempreverde (malgrado tutto) spirito di sopravvivenza interiore.
Il resto, magari, verrebbe anche da sé.

Stefano Gallone
in collaborazione con Mariateresa Scionti

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