Split (M. Night Shyamalan, 2017)

1Chi ha sofferto è più evoluto.

Così parlò il male puro e assoluto dal profondo della sua più inarrivabile, forse inconcepibile, di certo inaccettabile ma reale e incontrovertibile ragion d’essere. Ed è questo l’assunto su cui si fonda l’intera possibilità di pescare la più concreta chiave di volta di Split, nuovo gran bel lavoro cinematografico di un M. Night Shyamalan finalmente tornato – anche se non del tutto – su quei passi che ne hanno fatto, ad inizio millennio, uno dei principali artefici di una modalità molto particolare – per quanto naturale e a tratti anche ovvia – di intendere l’atto stesso del generare Cinema. Eccetto elementi diegetici terminali che, oltre a ben altro, pongono in essere una sorta di trasmigrazione delle ben note capacità che Shyamalan ha più e più volte dimostrato di maneggiare adeguatamente nel campo dei “twist endings” verso qualcosa che si allarga talmente tanto da toccare quasi un’intera filmografia – in questo, genera sollievo veder recuperare un certo senso di continuità concettuale, anche se in casi come quello dell’ultimissima sequenza si rischia di esagerare anche un po’, ma staremo a vedere – Split è un’opera certamente non perfetta ma grande e lungimirante, un prodotto non limitatamente filmico che concede a Shyamalan il lusso, forse, di tornare a dissetarsi presso la sacrosanta fonte della costruzione del senso attraverso la tessitura di fotogrammi che, come in questo caso, non sono cesellati per autoconcludersi ma si aprono a raggiera verso continue possibilità associative.

Dall’intera filmografia di Shyamalan, Unbreakable (2000) è il titolo che, trascorsa qualche settimana dall’uscita nelle sale di Split, si avvicina di più alle intenzioni argomentative qui espresse (e non solo per quell’ultima sequenza che vedrete o che avrete già visto). Lo è nella misura in cui si riesce ad accettare che il cinema di Shyamalan, e la sua eterna grande metafora metadiegetica, oltrepassa i limiti dello schermo per farsi vita reale nel momento dell’avvenuta traduzione spettatoriale di immagini bidimensionali in ologrammi cognitivi quotidiani.

Di thriller, certo, si tratta. Ma quello – se si conosce Shyamalan, e non solo Shyamalan, lo si sa bene – è solo il mezzo che veicola il contenuto. Un contenuto che sicuramente non tocca le vette metalinguistiche de Il sesto senso (1999), Signs (2002) o The village (2004) ma richiede comunque a gran voce il proprio spazio e la propria inestinguibile motivazione esistenzialistica esattamente come fa ogni tassello della caratteristica principale che contraddistingue questo nuovo lavoro da un punto di vista prettamente teoretico.

2Split narra di Kevin (un James McAvoy di paralizzante perfezione), un giovane uomo affetto da una crisi di identità talmente potente e inarrestabile da sviluppare, al di sotto della sua superficie cutanea, la bellezza di 23 personalità differenti. Tra queste, qualcuna ha preso il sopravento – sia mentale che fisico – al punto da obbligare tre di esse, Dennis (sempre McAvoy) in associazione con l’entità femminile Patricia (ovviamente McAvoy) e la controparte infantile Hedwig (idem), a rapire tre ragazze, Casey (Anya Taylor-Joy), Claire (Haley Lu Richardson) e Marcia (Jessica Sula), e rinchiuderle in un seminterrato. A turno, le ragazze hanno a che fare con Dennis, Patricia e Hedwig, ma solo una di loro, Casey, emergerà come pedina principale della vicenda per via di caratteristiche esistenziali molto nette, profonde e laceranti ma scaglionate a dovere nel corso della narrazione per costruire, gradualmente, il quadro generale di ciò che emerge dal prodotto filmico. In cura psichiatrica dalla brillante dottoressa Fletcher (Betty Buckley), Kevin, nelle vesti di Barry (un’altra delle sue personalità), non riesce a riemergere dal vuoto assoluto in cui è costretto da enormi traumi passati, anzi è eternamente preda di frammentazioni interiori talmente ben costruite e così alacremente in cerca della verità assoluta da minacciare di continuo l’imminente arrivo della “bestia”, ovvero la parte più terribilmente demoniaca che dimora nelle viscere più buie e insondabili dell’animo umano (di Kevin come, alla lunga, di chiunque altro).

Attraverso una scrittura non certosina come lo erano le più lucide esperienze passate ma, di sicuro, molto ben architettata alla luce delle intenzioni sostanziali, Shyamalan dirige una pellicola che con Unbreakable, ben oltre i fotogrammi finali, condivide a pieno il senso più nascosto eppure estremamente limpido e visibile da occhi consapevoli e devoti alla causa emotiva. Chi ha sofferto è più evoluto, dunque, così come chi ha sempre rivolto al cinema di Shyamalan il giusto sguardo riesce a mettere a fuoco la propria visione interiore su un prodotto che torna a parlare direttamente all’animo più recondito dello spettatore, se esiste ancora (sono moltissimi, qui, gli sguardi in macchina). Come il David Dunn di Bruce Willis riusciva a trovare una forza (fisica e di volontà) inimmaginabile e quasi inumana, eppure già lì, viva, a portata di mano ma irriconoscibile senza quello sguardo e quella fiamma di calore autoreferenziale insito nel credere in se stessi e nelle proprie capacità soppresse, anche il Kevin Wendell Crumb di James McAvoy muta vicendevolmente il proprio corpo sotto il controllo inossidabile di una mente inaccessibile, ma lo fa risorgendo da un bagaglio basilare che è soppressione differente in quanto non appartenente a involontarie forme di depressione individuale, bensì aderente a stroncature emotive originate nel momento esatto in cui nacque, in lui, un’essenza luminosa associabile alla gioia più pura del prendere parte all’esistenza terrena. Traumi di simile impatto, in punti vitali di sviluppo basilare, possono avere riscontri di varia natura e creare numerose ramificazioni. Ognuna di esse rischia di condurre in direzioni imprevedibili, ma affrontare faccia a faccia la propria “bestia” (quella di Kevin, quella di Casey, la tua, la mia) è il nucleo del discorso. Kevin è succube di se stesso o, meglio, degli svariati sé che lui stesso ha (deliberatamente?) creato rinunciando – al contrario di David Dunn – o non riuscendo a serrare le mascelle contro le avversità remote più inammissibili e ingiustificabili per abbandonarsi a una continua difesa estraniante che è sinonimo di graduale sparizione. Ne emerge, in parallelo, proprio quella evoluzione da lui declamata come principio basilare di una vita all’insegna della sofferenza, assunto che viene allo scoperto – non a caso – anche in un altro prodotto shyamalaniano, vale a dire Wayward Pines, la serie televisiva da lui prodotta, supervisionata e a tratti diretta, incentrata proprio su un concetto di evoluzione umana perennemente in bilico tra riaffermazione di una particolare intenzione di bene e un male che nasce, però, proprio dalle più recondite contraddizioni insite anche nella più pura intenzione benevola.

3È un discorso molto ma molto vasto, quello posto in essere da Shyamalan in Split (e in Unbreakable, e in Wayward Pines), come vasto è il territorio su cui sceglie di muovere i propri passi. Ma d’altra parte, se non lo si è ancora capito, è sempre stato così in un’opera omnia in cui il film è solo il trampolino di lancio per il disvelamento del vero senso da esso suggerito, un senso che scavalca felinamente ogni transenna visiva e materiale come “la bestia” raggiunge i suoi obiettivi, mossa da uno scopo la cui condivisione e comprensione (perché c’è, la comprensione) appartiene a chi la sa (perché la può e la vuole) recepire e amministrare.

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