Cut (Amir Naderi, 2011)

cut-2Al mondo esiste una serie sconfinata di film sul cinema, nel senso di pellicole incentrate su di una narrazione desiderosa di focalizzare l’attenzione su metodiche, tecnicismi o anche solo contenuti e significati – collettivi o individuali – sprigionati da un’Arte che, quando vuole, le può realmente comprendere tutte. Da Effetto notte di Truffaut ai più recenti The artist e Birdman (Hazanavicius e Inarritu), da I protagonisti di Altman a Lo stato delle cose di Wenders, quando non addirittura invocando precursori visionari lungimiranti come George Méliès (La lanterna magica) o pietre miliari come Billy Wilder (Viale del tramonto), passando per i nostrani Moretti (Il caimano, per gran parte anche Sogni d’oro), Fellini (Intervista, così come larga parte delle creazioni cinematografiche del Maestro), Scola (Splendor) o Tornatore (Nuovo cinema Paradiso) e chi più ne ha più ne metta, sono più di una miriade i nomi (grandi e piccoli) che hanno pensato, almeno una volta, di fermarsi a riflettere sul senso più profondo delle loro scelte filmiche, spesso e volentieri paragonabili a vere e proprie scelte di vita.

Guardando oltre la delimitazione occidentale, però, ci accorgiamo che, dati di fatto alla mano, nemmeno il cinema proveniente dal fronte orientale – quando non soggetto a privazioni antidemocratiche ai limiti del dittatoriale – è esente dall’eccellenza contenutistica metalinguistica. Anzi. Con molta probabilità, è soprattutto in quel contesto che maturano le riflessioni più profonde ma, soprattutto, più indispensabili a determinate cause grazie alla considerazione di un’Arte come il Cinema capace, forse più di alcune altre, di estrapolare dai vari contesti le argomentazioni più ruvide ma, al contempo, meticolose e, per questo, necessarie al desiderio di porre in essere tutta una serie di opinioni che partono dal Cinema come mezzo tecnico-teorico per apparecchiare tavole rotonde al cospetto di punti di vista, situazioni e scenari perfettamente aderenti al reale. Specialmente il cinema iraniano, in questo, rappresenta un baluardo di forma e contenuto, basti focalizzare la memoria sull’opera omnia di Abbas Kiarostami o passare in rassegna variegate riflessioni sulle interminabili costrizioni che comunque non legano mai le mani a Jafar Panahi per capire come da quella particolare fetta di terra provenga il fulcro di un discorso che necessita solo di una ulteriore e maggiore divulgazione.

cut-1Anche se da trent’anni statunitense di adozione e, più di recente, accolto in territorio italiano per il suo ultimo lavoro (Monte), anche l’iraniano Amir Naderi (Premio Camillo Marino alla Carriera al Laceno d’Oro 2016 di Avellino) non elude l’enorme possibilità tematica offerta dal privilegio del fare un film. Ed è per questo che anche in una pellicola di rara e genuina intensità sia fisica che intellettuale (nel senso che, nell’esprimere una determinata condizione, in questo caso Naderi ci mette sia anima che corpo reale del protagonista) come quella che dona luce all’esperienza giapponese di Cut (2011) Naderi si arma proprio di quella potenza espressiva conferita dal saper sfruttare l’occasione per intavolare un’opera di una potenza disarmante in termini di desiderio espressivo che, mai come in questo caso, equivale per davvero alla fatidica “questione di vita o di morte”.

Shuji (Hidetoshi Nishijima) è un giovane regista convinto che il declino post-industriale del mondo intero sia dovuto anche al fatto che nessuno sente più il bisogno di usufruire del Cinema come mezzo fondamentale per una adeguata formazione umana e una conseguente capacità di trascorrere l’esistenza terrena con il bagaglio di una concezione sociale e morale dignitosa. Impossibilitato a reperire fondi per girare un nuovo film, quando non si fionda a meditare in bianco e nero sulle lapidi di maestri come Kurosawa o Ozu, Shuji sfoga la sua rabbia urlando in strada, al megafono, le sue ragioni mentre, in parallelo, placa il suo disprezzo per il solo intrattenimento che governa il mondo organizzando interessanti cineclub sul terrazzo di casa sua. Durante una di quelle proieizioni, però, due scagnozzi vengono a prelevarlo per portarlo in una palestra di periferia adibita a club clandestino. Qui, il braccio destro del capo mafioso gli spiega che suo fratello, a sua insaputa ingaggiato dal clan yakuza, non aveva saldato un debito oneroso finendo, quindi, per essere ucciso. Nel porgergli le ceneri del familiare, l’uomo spiega a Shuji che ora tocca a lui estinguere il debito del fratello. Non sapendo come porre rimedio alla cosa, impossibilitato a reperire una simile cifra ma, soprattutto, pieno di rabbia fino al midollo e divorato dai sensi di colpa per non aver prestato ascolto alle richieste di aiuto del fratello, Shuji viene ispirato dalla reazione di alcuni giocatori di carte perdenti che escono dalla sala per sfogarsi su un sacco da boxe: da quel momento in poi, sarà lui a farsi prendere a pugni sotto pagamento fino a tentare di raggiungere la cifra da restituire.

cut-3Tutte le pellicole elencate in apertura di questo scritto godono del comun denominatore dell’eccelsa considerazione del dato artistico come salvaguardia per l’animo umano, più che di una professione. Ma nessuna – nessuna – di esse scopre le carte di una rabbia e di un fervore così viscerale da far paura e, al contempo, da suscitare commozione nella maniera più detonante possibile in chi la Settima Arte la vive per davvero sulla propria pelle, fosse anche non nel mezzo del settore. Amir Naderi, con un film così personale, profondo e viscerale come Cut, scavalca ogni possibile metalinguaggio fine a se stesso per raggiungere una bellezza non tanto formale (anche se qui c’è eccome) quanto ascrivibile alla potenza di contenuti critici che solo chi ne condivide il lato più esistenzialista può afferrare in pieno.

Cut è un film sul Cinema non solo per la compresenza di figure ed elementi diegetici riferibili per direttissima al mezzo tecnico, ma soprattutto per la veemenza disarmante con cui Naderi tratta il dato filmico, vale a dire intendendolo come indispensabile e vitale forza suprema che, unica e sola, ordina i passi da compiere a individui altrimenti direzionati verso altri universi possibili. Il pregio di un film come Cut (e di un’idea di cinema come quella di Naderi) è quello di non piangersi mai – mai – addosso o cullarsi su soffici guanciali nostalgici buoni, a volte, solo per costruire gusci autoinclusivi rassicuranti ma discutibili. No. Naderi e Shuji escono allo scoperto, non ci mettono solo la faccia ma tutto il corpo (filmico il primo, fisico il secondo). Quanto al corpo reale di Shuji, questo è sia materia dei resoconti che materia dei sogni, dal momento che, a quanto pare, le due cose possono anche (anzi devono) combaciare in un’unica conformazione reale. I momenti di riflessione di Shuji, al di là di una vita intera, sono attimi in cui il vero Cinema “passa attraverso di lui” tramite proiezioni personali che lo includono fisicamente in un quadro complessivo fatto di assenza di una meta (il finale di Sentieri selvaggi di John Ford) e consapevolezza di appartenere a una generazione smembrata e inopportuna agli occhi di un consumismo affarista che dell’Arte, tutta, non sa più che farsene neanche a livello industriale (la sequenza della battuta di caccia da La regola del gioco di Renoir). Shuji può solo “incassare” pugni animaleschi e denaro che non vedrà mai, mentre il nuovo cinema (con la c minuscola e contraltare yakuza) “incassa” i propri tornaconti esclusivamente monetari in giro per il mondo. Non a caso, la parola “cut” è quella che viene detta dai registi anglofoni per dare lo stop alle riprese: assieme alla pellicola nella macchina da presa, smette di girare anche il mondo intero per chi semplicemente non appartiene alle sue dinamiche globali predominanti.

cut-4Sublime, allora, è la monumentale sequenza finale in cui Shuji, per estinguere la parte di debito mancante, accetta di ricevere cento pugni che, forse anche per provare ad alleviare il dolore materiale, equipara ai cento film più belli e importanti della storia del Cinema (per lui ma non solo). Parte qui una vera e propria carrellata parallela di devastazioni fisiche (i pugni selvaggi) e redenzioni interiori (la classifica discendente dei film), fino al raggiungimento della sua “Rosebud” personale, quella inestinguibile verità sopraffatta dalla compresenza di amore e morte, odio e tolleranza in cui si è costretti ad esistere una volta privati della propria stessa identità. Dare “anima e corpo” al Cinema, allora, vuol dire anche affermare la propria stessa esistenza, urlare a squarciagola il sacro diritto alla propria stessa legittimazione terrena.

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