A serious man (Joel e Ethan Coen, 2009)

1Sembra essere quasi scientificamente provato che i fratelli Joel e Ethan Coen hanno ormai come obiettivo l’intento di smontare il cinema per farne – in barba ad un secolo intero di invenzioni stilistiche – una macchina inespressiva, inconcludente e assolutamente priva di giustificazioni. La forte dose nichilista che contraddistingue la coppia fin dai suoi albori artistici sembra aver preso ulteriormente piede nel contesto di una continua rivisitazione di generi che mira a non lasciare più nemmeno l’aria nel barattolo delle invenzioni per il grande schermo. Il cinema, in sostanza, viene condotto senza via di scampo verso un universo di consapevole e professionale autoeliminazione di senso che, pellicola dopo pellicola, vorrebbe incoronarsi come nuovo pilastro portante del moderno racconto per immagini.

“Prendi con semplicità tutto quello che ti accade”, recita la citazione iniziale prima di introdurre lo sguardo spettatoriale in un contesto quasi del tutto privo di fattori spaziotemporali, elementi apparentemente esterni alla diegesi  (ammesso che ce ne sia una per davvero). In A serious man, fatto tesoro metaforico del prologo iniziale, i Coen maturano l’intenzione di esporre le sfortunate e tragicomiche vicende del docente ebreo Larry Gopnik (un ottimo Michael Stuhlbarg vuoto ed impacciato), un uomo comune “lebowskianamente” costretto a vivere una lunga e incredibile serie di controversie pur senza aver commesso alcuna infrazione: la moglie, di punto in bianco, vuole il divorzio, costringendolo a proseguire l’esistenza in uno squallido motel di periferia; il figlio rockettaro intesta a lui il cospicuo pagamento di una lunga serie di dischi in uscita (siamo negli anni ’60 e Abraxas di Carlos Santana fa faville). Se aggiungiamo anche una dose di claudicante rafforzamento spirituale ad opera di presunti rabbini salvifici, la cosa si fa ancora più paradossale e lucidamente delirante.

2Ma proprio questo caos di eventi (amplificato dalla costruzione di quadri visivi decentrati e fuori asse, nonché spiegato da un quaderno denso di scritti disordinati o da un canale televisivo che trasmette l’immagine di un cervello in ebollizione) mette in scena, in linea del tutto trascendentale, il vero caos di riferimento, ossia quello dell’individuo che sceglie di pagare il biglietto per assistere alla proiezione, proveniente da una mezzora di ricerca di un parcheggio o dai gas di scarico quotidianamente respirati nel disperato tentativo di una passeggiata salutare verso la sala cinematografica prescelta.

L’intero corpo filmico, di conseguenza, sembra essere poso altro rispetto ad un lento e burrascoso scivolare dell’individuo (cinematografico e non) in una ineluttabile spirale di involontaria ed ingiustificabile distruzione, tema tipico dei Coen anche quando ciò che i due fratelli hanno proposto sullo schermo non aveva altra ragione se non il non avere una ragione. In questo caso, però, il discorso sembra avere almeno una chiave di lettura, se non altro ad una prima ipotesi. E se una chiave di lettura c’è, questa sembra puntare il dito direttamente nei confronti dello spettatore, quel particolare individuo medio che, dopo una giornata di lavoro “serio”, pretende di assistere ad una commedia brillante che gli conceda di mettere da parte, almeno per un paio d’ore, il peso di un’esistenza non sempre adeguatamente sopportata. Per contro, i due fratelli fanno di questa loro notevole nuova pellicola un vero e proprio sogno ad occhi aperti, un incubo sadico che ha come protagonista principale colui che si accomoda tranquillamente nella sala buia e che porta con sé, nel suo inconscio (se ci è ancora consentito tirare in ballo questo argomento), praticamente tutto ciò che accade sullo schermo. È un’ipotesi che deriva dal finale inatteso e bruscamente troncato proprio nel suo divenire, così come gli incubi peggiori (anche quelli del protagonista) portano al risveglio affannato proprio nel loro culmine più tragico e pauroso. Una brutta notizia e una terribile situazione meteorologica possono mandare in frantumi un evento o un’intera esistenza nel suo più prossimo divenire: nè più nè meno dell’inevitabile ed eterna presenza di quel deus ex machina all’inverso che impregna, deforma, perfino sovrasta l’idea stessa di Cinema firmata Coen.

3Non c’è senso e, più di tanto altro, non c’è ritorno. il concetto del “non si può sempre ottenere la risposta a tutto” sembra estendersi a livello universale, quindi anche sottoforma di concetto cinematografico oltre che esistenziale. È quanto sta alla base del cinema dei Coen almeno a partire da Fargo (1996), passando dall’inattivo ed inetto Uomo che non c’era (2001), girovagando sui confini della più totale assenza motivazionale (Non è un paese per vecchi, 2007) e facendo tesoro dell’idea di un continuo bisogno di semplicità in un contesto globalmente troppo complesso. Se il Cinema, in sostanza, può anche essere in grado di parlare della vita quotidiana, perché fare film semplici e futili se il contesto di riferimento prosegue la sua corsa verso il nulla? Ai posteri l’ardua sentenza.

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