Blackout (Rigoberto Castañeda, 2008)

2Non esiste nessun caso. Non c’è destino. Nessun fato. C’è solo quello che prendi dal mondo e quello che il mondo prende da te.

Se si è amanti di un tipo di letteratura capace di saltellare senza alcun problema tra generi e stili differenti, non è per caso che ci si innamora della scrittura di un autore di notevolissima caratura – per giunta italiano, guarda un po’ – come il bolognese Gianluca Morozzi. Per quanto la gradevolissima conoscenza di questo autore, per il sottoscritto, derivi – lì sì – forse da un caso (l’aver trovato, tempo fa su una bancarella e per pochi spiccioli, un libro di portata ritmica e contenutistica estremamente affascinante nonché capace di intavolare, fin dalle primissime pagine, una verve a dir poco fenomenale; stiamo parlando di Lo scrittore deve morire, steso a quattro mani con Heman Zed – un altro ottimo scrittore – e edito da Guanda nel 2012), non corrisponde a carambolesco tornaconto l’aver maturato un sincero interesse per la scrittura “morozziana”, predisposizione che, una volta contratta, non può non condurre nel bel mezzo di un marasma molto ben articolato in proposte letterarie di fattura eterogenea ma non per questo dispersiva. Anzi.

Per Guanda, nel 2004, Morozzi pubblicò quello che è, ad oggi, il suo romanzo più fortunato. Uno di quei casi in cui, per intenderci, un editore sceglie di identificare quel particolare scrittore, dopo il titolo in copertina, come “l’autore di”. In molti intendono, naturalmente non a torto, il concetto di fortuna parafrasandolo in termini di vendite e capacità di diffusione estera (l’opera in questione è stata, infatti, tradotta per l’Inghilterra e gli Stati Uniti). A noi piace sottolineare, invece, che – in scia col discorso sul caso, in un certo senso – di fortuna non si tratta, bensì di grande e prolifico talento. Un talento capace di riempire, negli anni che vanno dal 2001 al 2016, la voce “bibliografia” di ben 39 titoli (se non andiamo errati) passando da opere letterarie, per così dire, più leggere, vivaci, sature di tempi sia grottescamente drammatici (L’abisso, Colui che gli dèi vogliono distruggere) che comici (Despero, Dieci cose che ho fatto ma non posso credere di aver fatto però le ho fatte e, soprattutto, l’imperdibile L’era del porco; quest’ultimo edito da Guanda, i primi due da Fernandel), attraversando spunti di profonda e passionale ispirazione musicale (L’emilia o la dura legge della musica, Accecati dalla luce, Nato per rincorrere, Bob Dylan spiegato a una fan di Madonna e dei Queen; rispettivamente Guanda, Fernandel e Castelvecchi) per arrivare a soluzioni perfettamante imbevute dell’essenza sublime dei migliori thriller claustrofobici e mozzafiato come, oltre al nostro diretto interessato, anche Radiomorte e, al momento in cui scriviamo, l’ultimo Lo specchio nero (entrambi ancora affidati a Guanda, rispettivamente nel 2014 e nel 2015).

12004, dunque. Nelle librerie italiane, edito da Guanda, esce Blackout, il quinto libro di Gianluca Morozzi. Passano due o tre anni e qualcuno se ne accorge, lo apprezza, fantastica su qualche visione d’insieme e ne acquista i diritti di riproduzione cinematografica. In principio la produzione sarebbe italiana (Valerio Morabito) ma, per questo o per quell’altro motivo, si arriva al 2008 con il copione affidato al messicano Rigoberto Castañeda – già lisergico direttore d’orchestra per thriller ugualmente cardiopalmici come, su tutti, Kilòmetro 31 (2006) – e lo scenario trapiantato da Bologna agli States.

Blackout è un thriller, si diceva, mozzafiato e, soprattutto, molto ma molto claustrofobico, crudo, oscuro e, per certi versi, assolutamente spietato. Il motivo che ha portato – e porta tuttora chiunque vi si imbatta – al gradimento garantito è la presenza di un ritmo orchestrato in maniera a dir poco certosina tra le varie ambientazioni, sia oggettive che interiori, in cui si dimenano i tre personaggi principali: il giovane Tomas, l’altrettanto giovane Claudia e il maturo (fino a un certo punto) Aldo Ferro; rispettivamente un ragazzo ribelle desideroso di fuggire dalle difficoltà della vita con la sua amata, una barista arrabbiata col mondo e preda delle avances del suo viscido datore di lavoro e un proprietario di locali sposato e con figli ma, si direbbe, con qualche scheletro di troppo nell’armadio.

Premettiamo subito una cosa che se, da un lato, può rischiare di far perdere interesse nella visione della adrenalinica trasposizione cinematografica ad opera di Castañeda, dall’altro riesce comunque a mantenere ben viva l’attenzione e l’interesse nei confronti di una traduzione schermica pregevolissima in termini di sceneggiatura (lode a Ed Dougherty e alla figura dello sceneggiatore), recitazione e costruzione fotografica. Il libro di Morozzi offre almeno due colpi di scena: uno presentato gradualmente ma, proprio perché descritto minuziosamente di pari passo con la vicenda narrata, giustamente prevedibile per una migliore riuscita dell’economia narrativa globale; un altro rivelato nell’ultimo terzo di scrittura e di gran lunga molto più orientato verso una risoluzione definitiva della vicenda sposata a una considerazione della società attuale come luogo di completa e assurda, assoluta insensatezza (tornaconto psicoesistenziale per altri). Questo specifico colpo di scena, la traduzione filmica lo elimina in favore di una maggiore introspezione caratteriale dei personaggi votata, però, al raggiungimento del più elevato – e terribile – senso insito nel tentativo esplicativo della narrazione.

3Ad ogni modo, i tre soggetti principali – sia nel libro che nel film; da ora in poi ci atteniamo, ovviamente, alla versione cinematografica – avviano il motore di ogni costruzione di senso nel momento in cui rimangono intrappolati nel ventre della cabina dell’ascensore del palazzo in cui abitano. Quando stanno per arrivare a destinazione, dunque, l’ascensore si ferma di scatto per quello che sembra essere, a tutti gli effetti, un blackout. Speranzosi in un pronto intervento ma consapevoli delle difficoltà di ricevere assistenza in tempi brevi (non è ben specificato ma traspare bene l’idea di trovarsi in un periodo estivo in cui tutti gli abitanti del palazzo sono in ferie), ai tre non resta che porre inizio ad un’attesa che si farà sempre più estenuante quanto più emerge, ora dopo ora, la vera personalità di ognuno di loro. Il nucleo della vicenda, però, ruota sulla figura di uno dei tre, all’apparenza persona cordiale, buon marito e padre modello, nella realtà dei fatti individuo più prossimo allo stadio pulsionale primitivo che a una cordiale predisposizione cooperante.

Importante e assolutamente non insensata è la rimodellazione effettuata in sede di riscrittura filmica dei tre protagonisti. Mentre Tomas (che diventa Tommy nell’interpretazione di Armie Hammer) rimane pressapoco molto simile alla sua caratterizzazione letteraria, i personaggi di Claudia (la Amber Tamblin di The ring, The grudge 2 con cameo in Django unchained) e Aldo Ferro che, qui, diventa Karl (l’Aidan Gillen noto soprattutto nel campo televisivo in Law & order, The wire e Il trono di spade; interessante, però, è anche la sua performance nella sequenza iniziale de Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan è colui che “scappuccia” Bane sull’aereo così come quella reale e in motion capture nel videogame/serial Quantum break) diventano, rispettivamente, una scrupolosissima studentessa che vive con una nonna che non perde attimo per incitarla a godersi la vita e un abilissimo medico (professione forse mutuata da un personaggio invisibile e spettrale creato da Morozzi nel libro) dal carattere inizialmente docile, poi sempre più scontroso fino a toccare vette di follia omicida.

Sia nel libro che nel film, tutti e tre stanno facendo ritorno alle proprie dimore per compiere qualcosa di estremamente importante nel più breve tempo possibile, qualcosa che il blackout totale, quindi l’improvvisa impossibilità di fare riferimento a qualunque cosa al di fuori del proprio stesso corpo sia fisico che interiore, rende irrimediabilmente a data da destinarsi se non tutto tranne che qualcosa di fattibile. Mentre Tommy sta rientrando per incontrare l’amata con la quale fuggire via da tutto e Claudia, su richiesta della nonna in un momento estremamente delicato, deve recuperare un oggetto simbolico di enorme valore affettivo per lei, non è ben chiaro cosa stia tornando a fare Karl al di là di semplici operazioni di “pulizia” in un appartamento che risulta non essere il suo principale, dal momento che quello che sembra essere un pur giustificabile attacco di nervosismo in realtà, di lì a poco si trasforma nella verità più atrocemente inimmaginabile (non è un caso la molteplice presenza di specchi in un semplice vano ascensore).

4La trasposizione di Castañeda si prende la giustissima licenza di apportare modifiche caratteriali perfettamente in grado di accrescere a dismisura il senso di tensione che, grazie a una regia saggiamente “fincheriana” – densa, dunque, anche di abilissime ricostruzioni tridimensionali di luoghi e interstizi in favore di una proposta che fa largo uso di affascinanti sequenze strutturate su riprese “impossibili” – trasuda frenesia e senso di inadeguatezza tra le viscere di qualcosa di identificabile, nel corso del tempo, come un elemento di ben più grande portata rispetto alla stessa comprensione umana. Il senso di un racconto tanto adrenalinico quanto, di pari passo, perfettamente in grado di coinvolgere anche la mente dello spettatore, oltre allo stomaco e al battito cardiaco, sta proprio nella citazione elencata in apertura di questo scritto. Il dilemma riguardante l’esistenza o meno di un qualunque spiraglio di manovra suprema (la si chiami Dio, Brahma, destino, fato o in qualunque altro modo gradito) da sempre, nella storia dell’umanità, si scontra con l’assolutismo superomista riservato a una descrizione individualista del susseguirsi degli attimi di vita di un corpo umano. Se all’analessi dell’ “esterno” di ciò che si annida nel più profondo ed oscuro antro delle potenziali verità universali è riservato un approccio fotografico caldo in quanto metaforicamente speranzoso in un divenire denso, sì, di scelte personali ma la cui riuscita avrà buon fine solo se non ostacolata da calcoli non previsti (se è possibile parlare di calcoli; sostanzialmente no), all’ “interno” delle rispettive e inconciliabili individualità forzate nel confronto definitivo è attribuita la freddezza più spietata delle luci d’emergenza, così grigie e rarefatte quanto sulfurea è l’aria che si respira trovandosi faccia a faccia con una resa dei conti mai ipotizzata nel continuo frusciare dell’oceano delle singole intenzioni progettuali. Intenzioni che, nel caso di una delle tre personalità, saranno talmente chiare e travolgenti da far coincidere le apparenze esterne con un bagaglio interiore tra i più inimmaginabili in termini di primordialità istintiva.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, letteratura e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Blackout (Rigoberto Castañeda, 2008)

  1. Pingback: Estate di Cinema. Da Hitchcock a Rohmer, il motivo estivo come costruttore di senso | LA SECONDA VISIONE

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...