Happy family (Gabriele Salvatores, 2010)

1Voglio scrivere un film. Meglio: un film d’autore, che però incassi. Mancherebbe l’idea ma…fa niente.

Così il faccione sornione di Ezio (un Fabio De Luigi inedito alla macchina da presa del regista partenopeo) ci introduce nel suo mondo interiore scavato in sprazzi di rabbia sociale e autoritarismo esercitato in merito alle proprie convinzioni personali. L’idea, in effetti, c’è eccome ma, per afferrarla, bisogna andare a rovistare in quel bagaglio di desideri e sogni nel cassetto che ogni comune mortale nutre nella speranza di veder realizzata anche solo la più piccola delle sue intenzioni. Ogni gesto, ogni sensazione, idea o ipotesi di azione viene scolpita per mezzo di un discorso registico autoreferenziale che, per quanto ormai prevalentemente orfano delle tematiche (almeno visive) tipiche e, in parte, sempre e comunque respirabili riguardanti l’idea di Cinema da sempre cara a Salvatores (si veda alle voci fuga e viaggio come metafora di percorsi esistenziali, legame affettivo senza tempo ma con spazio infinito, rifiuto delle convenzioni occidentali da mero capitalismo consumistico; alcuni esempi intramontabili: Marrakech express, Turné, Mediterraneo e Puerto Escondido), fa tesoro della propria funzione di cantastorie per evidenziarne il lato più sincero e disperato, nonostante le apparenze decise e dirette verso una sorta di superomismo artistico che, alle volte, altro ruolo non ha se non quello di mascherare le incertezze umane.

2Il trentottenne Ezio è un autore di soggetti cinematografici svogliato e fannullone che, da un momento all’altro, decide di scrivere un film tutto suo. Battezza come protagonisti i membri che costituiscono due famiglie di caratteri e stili di vita completamente opposti: l’una elitaria (Fabrizio Bentivoglio e Margherita Buy, con una sorprendente Valeria Bilello), l’altra sottratta alla generazione dei figli dei fiori con tanto di nevrosi da cannabinoidi e figli ipercinici nel loro non saper cosa volere (Diego Abatantuono e Carla Signoris). Questi due mondi, apparentemente incompatibili, vengono invece ad unirsi in linea complementare per mezzo delle intenzioni matrimoniali dei figli adolescenti. Ma è proprio qui che la storia, partita da un pretesto narrativo funzionale e in piena via di sviluppo, si interrompe per esplicita volontà dell’autore, facendo in modo che i personaggi, anche quelli secondari, vengano fuori pirandellianamente a fare pressione sul loro creatore affinché la trama si svolga secondo le loro predilezioni, con tanto di psicologie profonde e impulsi motivazionali. Ma tutto è votato ad un unico scopo riassumibile nelle ultime inquadrature in dettaglio su oggetti sparsi, tra i quali spicca un foglio di carta con su la scritta “preferisco leggere o vedere un film piuttosto che vivere: nella vita non c’è una trama“, firmato Groucho Marx.

3L’interpellazione spettatoriale, forse, al di là dei richiami emozionali – ma unicamente impliciti – di capolavori come quelli citati in precedenza, non è mai stata così chiara e diretta nel cinema di Salvatores, tanto da rendersi estrema in questo esperimento ben riuscito nell’intento di giocare con cinepresa, frammentarietà narrativa e personaggi stessi nei continui sguardi in macchina e nell’interminabile messa in scena di un sostanziale parallelo realtà/immaginazione votato a trasformarsi in un unico assemblaggio di concetti, opinioni e punti di vista appartenenti al vero protagonista delle immagini proiettate sullo schermo. Lo stile di regia è indubbiamente indiscutibile al pari di esperimenti precedenti – seppur ben più dediti a un concetto di linguaggio cinematografico maggiormente rivolto a un’organizzazione più oggettiva. Salvatores muove la macchina da presa in maniera assolutamente libera ed espressamente personale, quasi come fosse davvero una sorta di occhio interiore che egli stesso spalanca e confessa di possedere gelosamente, materializzando visivamente ogni sua impressione sul grande dio del cinema proprio come il buon Ezio sceglie di fare in un meccanismo denso di riflessi e costruzioni composte da storie nelle storie (inclusa quella non visibile ma assimilabile e condivisibile, in quanto racchiusa nei dialoghi fatti di ricordi e impressioni provenienti dalla ritrovata coppia – proprio fra le trame del cinema di Salvatores – Bentivoglio/Abatantuono), da trasferimenti di benefici e colpe da padre artistico a figlio personaggio. A fare da sfondo e da pilastro portante, regna l’imperterrita necessità (pregio e difetto insieme) di racchiudere in pagine macchiate da inchiostro ogni forma di desiderio, anche (e soprattutto) il più semplice e ingenuo, nascosto nelle più pure ma timide intenzioni umane celate “wellesianamente” nell’intenzione di far credere falso – o gioco di prestigio artistico – il vero che si annida nel bisogno di fare dell’immaginazione una sorta di scappatoia dalle difficoltà reali.

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