Soul kitchen (Fatih Akin, 2009)

3Il talento dell’ormai noto regista tedesco di origini turche Fatih Akin non occorre metterlo in discussione. Pellicole come La sposa turca (2004), Ai confini del Paradiso (2006) ma anche Im Juli (2000) e Solino (2002) definiscono con chiarezza le linee guida di una personalità riconoscibile sia per stile – malgrado le nette divergenze di potenza espressiva tra la prima coppia di film nominati e la seconda – che, soprattutto, per tematiche. La continua ricerca di un’identità (Akin è tedesco ma figlio di immigrati turchi, come tantissime altre persone del luogo), il concetto di confine e l’idea dell’assenza di limiti per i più intimi desideri di realizzazione si intersecano tra i meandri di una filmografia densa e ricca di spunti di riflessione. Eppure si pone quasi come doverosa – dopo tanto riflettere, dopo tanto percorrere strade tortuose nel terzo occhio dell’anima e dopo tanto stendere sceneggiature sul filo del rasoio – l’esigenza di rilassarsi, accomodarsi e affievolire le riflessioni per dedicare maggior fede a quanto di più simpaticamente reale graviti nelle zone limitrofe all’innocente essere umano inteso, stavolta, come un semplice ammasso di carne, ossa e dolori lombari, perno delle quotidiane sfortune che la società moderna infligge ai meno freddi di sangue.

2Condizioni disagiate ma gradite ai cultori del cibo putrido ma gustoso e un infinito accavallarsi di sventure al limite del credibile, fanno di Soul kitchen (2009) una piccola chicca, un gioiellino abile a strappare sorrisi di gusto ma anche utile a pensare ad almeno uno dei concetti precedentemente accennati (in questo caso il desiderio di realizzazione, sia professionale che personale) senza rischiare di cadere nel parossismo delle riflessioni filosofiche più disparate. La realtà, sembra voler dire questo gradevole insieme di sequenze, bisogna prenderla per quello che è, ossia una sorta di toro frenetico che mira ad uno scontro frontale con un torero indifeso: bloccargli momentaneamente le corna è l’unico obiettivo plausibile.

Soul Kitchen è il concertistico e godibile nome di un contrariamente squallido ristorantino di periferia, adagiato all’interno di quella che sembra essere la vecchia e diroccata sede di una fabbrica fallita e di proprietà del giovane Zinos (un bravissimo Adam Bousdoukos, in precedenza apparso solo per pochi attimi ne La sposa turca), greco-tedesco di Amburgo dalla vita tutt’altro che facile: la sua ragazza decide improvvisamente di trasferirsi in Cina per lavoro e il fratello Illias (Moritz Bleibtreu) è uno dei ladri più attivi e famosi della zona, prontamente finito dietro le sbarre diverse volte e beneficiario di una sorta di semi-libertà. Come se non bastasse, il fisco segue l’aroma di pollo e patate fritte di Zinos per ricordargli che una certa somma non è ancora stata versata. Ad incorniciare il tutto è una improvvisa e frastornante ernia che gli fa distinguere le stelle per colori. Ma nel preciso istante in cui il geniale, permaloso e sadico chef-lanciacoltelli Shayn (il monumentale Birol Unel protagonista de La sposa turca, qui – per modo di dire – più rilassato ma non meno trascinante; ammiratelo, però, anche in Nuit blanche di Frédéric Jardin) viene licenziato da un ristorante di classe, ha inizio tutta una serie di eventi che – vuoi per merito, vuoi per un pizzico di giusta fortuna – portano il locale sulle vette del successo gastronomico, musicale e a tratti illuminato di rosso. Si tratta di tutta una serie di circostanze non sempre volute che fanno del Soul kitchen un vero e proprio luogo di aggregazione di personaggi ed eventi simbolo, se vogliamo, delle diverse stratificazioni sociali e culturali attuali (compresa l’ernia del disco). Ma il successo genera compromessi e il buon Zinos sarà presto costretto a fare i conti con l’amara realtà della società moderna, un luogo tetro ed oscuro dove non esiste né senso di appartenenza, né dignità civile, né riconoscimento dei meriti.

1Certo, le sempiterne difficoltà di realizzazione personale in un contesto volontariamente sordo a voci in capitolo in qualità di sogni da realizzare sono quasi all’ordine del giorno, ma, d’altra parte, non può accadere diversamente quando si sceglie la vita quotidiana come tema prediletto, specie se con un bagaglio di notevole sensibilità. Una sensibilità che, però, si lascia scalfire da una forte e valida vena ironica nel disintegrare i finti perbenismi del capitalismo più spietato che, almeno per una sacrosanta volta (anche se solo a livello immaginario, ma è proprio questo il bello della libertà di scrittura), periscono sotto la potenza tutta interiore di un finale discutibile ma pienamente accettabile una volta messo a fuoco il linguaggio preponderante. La passione e l’amore per le proprie convinzioni, anche per quelle tradite e smascherate, padroneggiano facendo di chi subisce una fondamentale arma senza cartucce che non esita ad intervenire con caparbietà al momento opportuno, avanzando con tanta determinazione da far passare anche un’ernia del disco per una sorta di mal di gola da pasticche. La velata ma diretta critica anticapitalistica si estende, inoltre, ad un certo ramo della legge che non rinuncia ai piaceri della vita, in favore di un filo diretto col discorso che vede come protagonista principale la necessità di prendere l’esistenza di petto e farne qualcosa di ben diverso dagli ordini sociali e morali fin troppo sarcasticamente unidirezionali.

Un finale troppo affidato al caso potrebbe anche rivelarsi, agli occhi dei più tradizionalisti, come una sorta di quasi inaccettabile “aiutati che Dio ti aiuta”, ma risulterebbe tale, in fin dei conti, al solo ed unico scopo di fornire all’archivio cinematografico mondiale una commedia saggia, mai troppo scontata e assolutamente dotata di quella giusta dose di humour riflessivo che mai nuoce a quelle menti di rientro dal lavoro e desiderose di un rilassante sollievo visivo. Cinque anni dopo sarà di nuovo tempo di profonda e indelebile riflessione.

Questa voce è stata pubblicata in cinema e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...