Dallas Buyers Club (Jean-Marc Vallée, 2013)

Dallas Buyers ClubMatthew McConaughey è l’attore del momento. Si può affermare e sostenere a lungo una simile tesi anche solo osservando a fondo, con particolare attenzione alla sua particolarissima caratura e predisposizione, almeno quattro delle pellicole più recenti da lui interpretate in ruoli da protagonista. Killer Joe di William Friedkin, Magic Mike di Steven Soderbergh, Mud di Jeff Nichols e questo Dallas Buyers Club, di Jean-Marc Vallée, sono la quadratura del cerchio della tardiva carriera di uno dei maggiori talenti interpretativi da grande schermo attuale. Senza assolutamente nulla in meno, in verità, costui è anche affiancato da una sorta di artista a tutto tondo, in primis musicista ma, nella sostanza, eccellente esploratore di una recitazione molto ricercata e, a tratti, almeno per i videoclip della sua band, anche creativo e visionario regista sperimentale. Jared Leto, infatti, dal canto suo può tranquillamente (se davvero lo vuole) svestire una volta per tutte i panni della rockstar idolo delle teenager (è il leader dei celeberrimi 30 Seconds To Mars) per coprirsi dal freddo delle intemperie mainstream grazie al calore di interpretazioni (anche per lui) ai limiti della perfezione, ma definibili tali soltanto in seguito a ponderate decisioni personali (basti ricordare Alexander di Oliver Stone o Requiem for a dream di Darren Aronofsky).

Dallas Buyers Club è un film più che sentito. Malgrado una spiccata predisposizione autodistruttiva di entrambi i protagonisti, ciò che appare sullo schermo è una dichiarazione d’amore totale nei confronti dell’esistenza, contro tutto e tutti, al di là di paure e pregiudizi, incertezze e ansie ancor più mortali della peggio letale malattia. Partendo da una vicenda realmente accaduta, Vallée ci prende per mano e ci porta con sé indietro nel tempo, precisamente nel 1985. L’epoca è quella dei post ’70 libertini e sognatori, quella dei morsi dei desideri più prossimi da poter effettivamente realizzare svuotando tutti i cassetti, quella “borderline” ma al passo con le proprie esigenze da spavaldo ripristino di frontiera. Nei pressi di una di queste frontiere, volenteroso di valicarla a botta di sesso sfrenato, alcol, droga e sregolatezza generica c’è Ron (McConaughey), elettricista da una faccia e organizzatore di bische clandestine dall’altra. Da scontroso e “machista” cowboy moderno quale è, Ron conduce una vita in cui la sregolatezza è la regola. Un giorno, però, attente analisi effettuate in seguito a un incidente sul lavoro gli diagnosticano irreversibilmente la contrazione del virus dell’HIV. Ron, però, non ci sta ad accettare la sua condanna a morte, perciò parte immediatamente alla ricerca di cure alternative. Le trova, ma il governo degli Stati Uniti le giudica, da tempo, illegali. Giunto in Messico al fiuto delle rare medicine capaci di allentare l’agonia e di concedergli qualche anno in più di vita senza eccessive sofferenze, decide di dare seguito all’idea del commercio clandestino di medicinali non autorizzati assieme a Rayon (Leto), transessuale anch’egli sieropositivo e curato a tratti, proprio come Ron, dalla sensibilissima dottoressa Eve Saks (Jennifer Garner). Gli affari vanno a gonfie vele ma, sia a livello personale che clientelare, possono solo rimandare l’inevitabile. Attraversando tutti gli stadi del loro univoco processo degenerativo, Ron e Rayon matureranno la solenne consapevolezza della propria fine, lasciandosi andare (Rayon) e perseverando nella vittoria delle proprie convinzioni (Ray).

3Vallée attraversa non una ma numerose e pesantissime tematiche in qualche modo collegate l’una all’altra da un unico filo conduttore ascrivibile al comune desiderio di non darsi per vinti nemmeno se l’avversario principale corrisponde alla vita stessa o, in fin dei conti, al suo esatto contrario. Che contrario, a dirla proprio tutta, non è se viene considerato come, sì, qualcosa di estremamente indesiderato ma, con notevolissimo coraggio, anche come uno sgraditissimo stimolo per mandare in porto il proprio essere, alla faccia di ostacoli istituzionali o meramente burocratici e, di conseguenza (perché così è), votati all’elogio del fallimento. Dallas Buyers Club, in tutta la sua sostanza tragica e, al contempo, ironica, schietta, passionale e positivamente complice, oltre ad essere un film tanto di denuncia quanto, soprattutto, costruito sul sacrosanto tema della rispettabilità sia autoreferenziale che reciproca, infila il naso anche nei meandri più biecamente maschilisti dell’eterno regno dell’omofobia tanto quanto sulla soglia della nomenclatura identificata e archiviata, purtroppo da sempre, come conseguenza terrificante, poco comprensibile e, proprio per questo, inaccettabile ed estirpabile quanto più alla radice possibile. Ne emerge, di pari passo, anche un meraviglioso affresco sulla condizione sanitaria statunitense, benefattrice, certo, ma alle proprie insindacabili (e svantaggiose, se non classiste) condizioni. Dinanzi all’inevitabilità della fine, l’istituzione viene rappresentata come pura privazione anche solo del concetto di speranza, fattore che, per contro, i due protagonisti cavalcano esattamente come un toro da rodeo.

2Alla visione, non si riscontreranno particolari artifici tecnico-linguistici, fatta forse eccezione per un paio di metafore visive disseminate lungo il difficilissimo percorso sul quale tutti i personaggi, non solo i principali, sono costretti a camminare zoppicando. Eppure, la potenza del messaggio è forte tanto quanto amorevole resta comunque la scelta di raccontare la vicenda in chiave spesso scanzonata e noncurante allo scopo di sbattere i volti dei protagonisti di fronte alla realtà dei fatti nei momenti davvero cruciali. Data la consistenza e l’eterogeneità dei temi trattati, siamo di fronte ad un film che dovrebbe doverosamente aprire qualche dibattito corposo, ben oltre una considerazione post statuetta intascata. Per il momento lo assorbiamo e facciamo tesoro umano dei possibili contenuti.

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