Biutiful (Alejandro González Iñárritu, 2011)

1Dopo due capolavori consecutivi (gli epocali 21 grammi e Babel), il terzo è molto difficile da ottenere. Cambiare registro, quindi, risulta essere sia una soluzione antisedimentativa che, soprattutto, una nuova strada da percorrere per esprimere se stessi e le proprie inquietudini seppure, stavolta, con un filo logico di consapevolezza in più degna della più coscienziosa crescita personale. L’assenza di Guillermo Arriaga alla scrittura si avverte eccome, pena una lieve carenza di potenza espressiva a livello verbale e relazionale tra i personaggi. Ma Alejandro Gonzalez Inarritu, nonostante la scelta (saggia) di rinunciare alla narrazione per anacronie di storie concatenate e convergenti in un unico traguardo morale, rimane comunque, per eccellenza, l’attuale maggior traspositore visivo della vasta gamma cromatica dei sentimenti, qui resa in toni perennemente oscuri (eccezionale, come sempre, la fotografia del fraterno Rodrigo Prieto) ma votati (ecco la novità) a lasciar emergere la determinata chiarezza e il colore interiore della figura umana elevata, ancora una volta, a protagonista assoluto di una vicenda tanto personale quanto esportabile ad un intero contesto filosoficamente planetario.

2Uxbal (Javier Bardem) è un protettore di sfruttatori di manodopera, falsari cinesi e relativi rivenditori senegalesi nella Barcellona più squallidamente periferica (quella turistica è lontana anni luce). Padre di due figli, Ana e Mateo (Hanaa Bouchaib e Guillermo Estrella), e marito di Maramba (Maricel Alvarez), sofferente di disturbi bipolari della personalità (malattia che provoca il continuo ricostituirsi e disfarsi della coppia), Uxbal cerca di raccattare quattrini anche sfruttando il suo dono di sensitivo “aiutando”, ai funerali, le anime irrequiete dei defunti ad intraprendere il loro viaggio definitivo. Tutto intorno è sopravvivenza ammassata in veri e propri tuguri dai quali l’uomo cerca di tenere il più lontano possibile la propria famiglia. Ma quando Uxbal scopre di avere pochi mesi di vita per via di un cancro, sceglie il lato migliore del suo avere ancora del tempo prezioso per lasciare ai propri figli un’ipotesi di futuro plausibile e una lieta immagine di sè: esattamente quello che, in passato, non è riuscito ad ottenere dal padre.

Siamo di fronte ad una reale prova di maturità sia artistica che personale. Si delinea un crudo profilo sottoproletario fatto di sfruttamento e illegalità, ma non vi è un pur minimo accenno di severa, fredda e gratuita crudeltà. Tutt’altro. Regna il malsano e pungente senso di perdita in luoghi (anche interiori) di pura sopravvivenza (quel “cancro” metabolizzato dal protagonista), con relativa consapevolezza dell’essere tutti sulla stessa barca del disagio pratico e morale. Tentare di trovare e lasciare positività in un mondo di artificialità sociale, bravo solo a nascondere sotto al tappeto dell’opinione pubblica le polveri dell’inevitabile negatività umana, genera il vero senso dell’essere al mondo con una forza di volontà senza pari. Trovare elementi luminosi tra le ombre della quotidiana tragedia umana è tutt’altro che un’operazione semplice e consueta (anche se un simile tentativo Inarritu lo aveva avanzato in 21 grammi, mettendo nella bocca di Sean Penn l’ardua domanda “Quanto si guadagna”?).

3Il traguardo perseguibile dal vero essere umano riguarda il riuscire ad estrarre bellezza dalla fatiscenza più opulenta (anche quella di un’anima involontariamente corrotta), luogo in cui dimora, paradossalmente, il vero amore per la vita (propria e altrui). Specularmente, nell’accoglienza e nell’ordine permane, in agguato, il disordine morale e la sconfitta più atroce. In una melma continua di luoghi e situazioni al limite della sostenibilità, la figura umana è forse l’unico elemento ad essere elevato a paladino della vera giustizia: quella interpersonale tra fratelli di sventura e di dolore perenne. L’amore per l’esistenza, la vera bellezza, allora, non necessita di appariscenza: la reale sostanza dei sentimenti (Inarritu lo sa bene) non è visibile ad occhio nudo né tangibile con gesti materiali, ma si annida in un non luogo fatto di neve ed alberi spogli, dove i gufi, prima di morire, lasciano una traccia di sé attraverso una palla di pelo dal becco.

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