Non buttiamoci giù (Pascal Chaumeil, 2014)

1Cadere giù, rialzarsi, cadere di nuovo, tentare ulteriormente un novello approdo su qualche sponda potenzialmente affidabile. Tutto questo cercando di non procurarsi ferite troppo vistose e tali da provocare eccessive attenzioni affossando il campo focale di chi, invece, dovrebbe essere il vero destinatario di quelle piccole imprese quotidiane inosservate, talvolta inespresse, eppure talmente evidenti da invocare il continuo passare oltre facendo finta di niente. Questo è solo un incipit per una delle svariate interpretazioni di senso che è possibile rivolgere a Non buttiamoci giù, forse il gioiello migliore proveniente dalla penna affabile ma espertissima di Nick Hornby e ora tradotto per lo schermo da Jack Thorne per la rispettosa regia di Pascal Chaumeil (già noto per le fortune ricevute al tempo de Il truffacuori, 2010).

Il tema del suicidio è al centro di variegate discussioni da almeno qualche millennio a questa parte. Le modalità con cui è possibile discorrere di un simile delicatissimo e supremo argomento sono infinite. C’è stato e c’è chi vi ha dedicato e continua a rivolgervi una certa attenzione attraverso trattati o intere opere bibliografiche, chi lo ha semplicemente assorbito e reso, in parte, allegorico per esprimere sensazioni, stati d’animo o anche solo concetti e opinioni legate a ben altre sfere discorsive. E c’è, invece, chi preferisce parlarne con schiettezza, ponendo in essere una condizione umana che, in un modo o nell’altro, cerchi di collocarsi in un punto intermedio tra disperazione e autoironia, tra franchezza di intenti e disinteresse verso la reale essenza della questione. Una salsa, questa, che sa di aspro nel momento in cui ci si rende conto che la vera consistenza del fattore autodistruttivo che si pensa di detenere arriva a scontrarsi con una riflessione paradossalmente più profonda perché legata ai fattori principali non solo di una vita ma, nella fattispecie, di molteplici caratteristiche esistenziali solo in apparenza in contrasto fra loro.

Proprio quella particolarissima caratteristica legata alla schiettezza mista ad amichevole sincerità contraddistingue, praticamente da sempre, la scrittura di Nick Hornby, forse uno dei pochi autori letterari capaci di innestare nelle proprie fraterne e apparentemente semplici argomentazioni intere enciclopedie di pensiero (pedagogico in Un ragazzo, musicale in Alta fedeltà, calcistico in Febbre a 90°, esistenziale in Non buttiamoci giù; non a caso tutte opere tradotte in film). Così ecco spuntare sul tetto del cosiddetto Topper Tower di Londra, poco prima della mezzanotte di un qualunque 31 dicembre, il cinquantenne Martin Sharp (Pierce Brosnan), celeberrima figura televisiva caduta in pesante disgrazia d’immagine (non certo di conto in banca) dopo aver conosciuto il carcere per abuso di minori (la sua difesa, sincera ma comunque colpevole, si giustificava dicendo di non sapere che la vittima fosse minorenne), armato di una scala che faccia da ponte per raggiungere il parapetto più estremo dell’edificio. La sua intenzione è quella di fare un bel volo allo scoccare della mezzanotte, spalmarsi sull’asfalto e dare la buonanotte al mondo. Ma proprio mentre l’uomo è nel suo attimo più elevato di concentrazione, dalla porticina di accesso al tetto sbuca Maureen (una più che perfetta Toni Collette), quarantenne ultratimorosa e supertimida, anch’essa intenzionata a farla finita proprio in quel momento e proprio a partire da quel posto per la sua idea di salto nel vuoto. Neanche il tempo di spiegarsi e i due sono subito raggiunti da Jesse (Imogen Poots), una ragazzina sboccata e cretinetta che vuole uccidersi per amore, apparentemente disadattata ma figlia di un importante politico nazionale (Sam Neil), e da J.J (Aaron Paul), di professione fattorino per pizze ma profondamente deluso dal suo non esser riuscito a sfondare con la propria band grunge, nonché enormemente depresso (dice lui) per un incurabile cancro al cervello.

2Questa successione di enormi coincidenze, dunque, distoglie tutti e quattro i soggetti dalle rispettive intenzioni autodistruttive, portandoli a scendere dal palazzo e a riprendere ciascuno la propria vita non prima, però, di aver stretto un patto: si sarebbero ritrovati su quello stesso tetto il giorno di San Valentino per fare il punto delle loro vite. Ma i contrasti con le intenzioni iniziali cominciano a sorgere facendo i conti con esistenze che, di giorno in giorno, permettono loro di maturare una consapevolezza quasi definitiva su quello che vuol dire vivere le proprie rispettive vite accanto al profumo del vero senso insito nell’esistenza terrena.

Un primo dato di fatto che emerge senza troppa difficoltà è la predisposizione che Chaumeil offre istintivamente alla narrazione di un fattore argomentativo così emotivamente imponente. Nella trasposizione filmica di Non buttiamoci giù siamo di fronte a una regia asciutta, pulita, sostanzialmente semplice e aderente sia alla narrazione letteraria originaria (fatta eccezione per la tecnicamente inevitabile eliminazione di vicende anche importanti, tra cui una in particolare) che ad un linguaggio cinematografico prevalentemente classico, fatta eccezione per qualche scavalcamento di campo di troppo (anche se quella fatidica regola dei 180 gradi di campo focale non vale più così tanto nemmeno nei film di genere) o piccolissimi (in sostanza, irrilevanti) ricorsi alla tecnica digitale unicamente a scopo diegetico.

La particolarità principale, in sostanza, Chaumeil la delega alla narrazione, lasciandola affiorare e percepire con anima e corpo con l’eliminazione quasi totale (salvo poche eccezioni nemmeno molto efficaci) del versante da humour tipicamente inglese di cui il libro di Hornby è intriso in maniera perfettamente equilibrata con l’universale serietà dell’argomento. Questa convergenza verso un ulteriore approfondimento umano della questione è talmente evidente e preponderante da fare dei personaggi di Jesse e J.J (nel libro i veri cardini di un certo sopravvivere dedito alla risata seppellitrice, seppur amara) un fulcro diverso perché utile ad amplificare quanto in Martin e, soprattutto, in Maureen emerge in maniera esistenzialmente soltanto cutanea.

3Nell’arco di tutti i 96 minuti di messa in scena, dunque, il vero protagonista delle vicende interlacciate (mantenute in vita anche grazie all’uso di una voce off e di un ordinatissimo scambio di focalizzazione narrativa che ben sintetizza quanto nel libro viene espresso da vere e proprie sedute di autoanalisi introspettiva) è il reciproco senso di rispetto legato alla consapevolezza della persistenza di una luce alla fine del tunnel, non importa se perfettamente splendente o torbida perché utile unicamente a vedere e a fare chiarezza, fin dove possibile, su ciò che davvero conta al mondo per se stessi e per gli altri, in una interminabile catena di dipendenze emotive più o meno implicite.

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