Goltzius and the Pelican Company (Peter Greenaway, 2012)

1Se il Cinema può ancora essere denominato “settima arte”, al mondo respirano ancora davvero poche (troppo poche) persone con il reale ed effettivo pallino del non riuscire a fare a meno di onorare tale dicitura nel senso più profondo del suo termine. Arte allo stato puro indiscutibilmente è, tra tutti gli altri esempi planetari (comunque vivi, per fortuna, anche se in contesti più ingiustamente underground), il cinema del signor Peter Greenaway, e lo è ancor di più tra i meandri del geniale, se non ancora più perfezionista del solito in termini di costruzione dell’immagine (pratica di cui lo stesso Greenaway è stato profeta e mantiene, soprattutto ora, lo status di maestro assoluto), Goltzius and the Pelican Company. Smentendo le voci che vorrebbero questa pellicola (per modo di dire, vista la devozione per certi eccelsi livelli di computer grafica) come secondo tassello di una sorta di “trilogia fiamminga” su artisti visivi per i quali lo stesso Greenaway nutre da sempre una debolezza affettiva tramutata in strada maestra della sua arte personale (fin dagli esordi, Greenaway è forse l’unico vero compositore di immagini per un concetto di tela che scavalca la collocazione da normale schermo di sala cinematografica), il maestro di Newport coglie la palla al balzo offertagli da una ormai assoluta padronanza di qualunque mezzo a disposizione (a partire dagli attori per arrivare a quello concettualmente intermediale: si veda, ad esempio, lo sterminato progetto mondiale costruito attorno al suo alter ego Tulse Luper) per fare della ormai consolidata “multiversalità” visivamente compositiva un vero e proprio modello insuperabile di narrazione multipla contemporanea (sia in termini cronologici che, soprattutto, diegetici).

Titoli di testa e coda a braccetto con le dinamiche del profilmico, quadri nel quadro del quadro, sovrimpressioni multiple, profondità di campo ammirevolmente sterminata, perfezione scenografica, fotografica e interpretativa, allora, sono la base portante e, al contempo, il vero motore dell’espressione di senso per la storia del realmente esistito Hendrick Goltzius (magistralmente interpretato, in ogni pur minimo dettaglio, dal grandioso Ramsey Nasr), tipografo olandese del tardo Cinquecento nonché autore di incisioni per stampe erotiche, in contrasto con il Margravio di Alsazia (un ritrovato F.Murray Abraham) per la richiesta, fornita al sovrano, riguardante il finanziamento di diversi libri illustrati, concessione economica che verrà fornita al buon Goltzius esclusivamente previa dimostrazione di poter effettivamente onorare le proprie promesse: creare, cioè, un grandioso libro di illustrazioni erotiche raffiguranti veri e propri tabù le cui basi narrative sono direttamente provenienti dalla Bibbia. Per allettare il sovrano, però, Goltzius dovrà prima dimostrare il suo talento visivo e immaginifico mettendo realmente in scena sei tableau vivant per altrettante narrazioni: Lot e le sue figlie, Davide e Betsabea, Sansone e Dalida, Salomè e Giovanni Battista, allora, saranno le basi su cui Goltzius dovrà dimostrare il suo talento visivo dal vivo. I problemi, però, cominceranno a nascere e ad influire seriamente sul tutto quando la finzione entrerà a far parte delle reali dinamiche vitali dei membri appartenenti alla compagnia: ognuno, compreso il sovrano, vorrà interpretare un determinato ruolo, malgrado non gli si addica, pur di unirsi carnalmente con il/la prescelto/a provocando, come prevedibile, non pochi danni al sistema sia di corte che proletario per inevitabile mescolanza di racconto e realtà circostante.

2Il sesso, come noto ai seguaci del maestro gallese, non è mai mancato in ognuno dei suoi film, sia come semplice esposizione artistica (si rispolveri l’enorme e universale metafora di I racconti del cuscino, ad esempio), sia come pratica effettiva votata, però, a mostrare il senso poetico (e umano) più profondo di ogni gesto giudicato sempre troppo frettolosamente profano. In questo caso, la dose è notevolmente aumentata, con tanto di pene in erezione. Ma, a differenza di altre pellicole viste fin qui a questa edizione del festival capitolino, si tratta di scelte estremamente funzionali alla narrazione e, soprattutto, alla esponenziale carica visiva che le supporta. Notevole è anche l’apporto italiano di qualità interpretativa, a partire dal ben noto attore e regista teatrale Pippo Delbono, passando per i giovani Flavio Parenti (già diretto da Woody Allen in To Rome with love) e Giulio Berruti (finalmente possibilitato ad uscire dal melmoso mondo della televisione e di un certo cinema commerciale per dimostrare alcune sue notevoli doti, anche al di là di quelle falliche). Di targa italiana è anche la composizione della splendida e suggestiva colonna sonora, di firma Architorti (in collaborazione con lo stesso Greenaway ormai dal 2004), un interessantissimo progetto musicale di Pinerolo, nato del 2000 per scopi sia didattici che di rivisitazione globale di ogni genere musicale in chiavi classiche.

Siamo di fronte, così, ad una definitiva (si potrebbe dire) esaltazione delle caratteristiche più positive e vitali del concetto stesso di sesso e sessualità, che trae spunto proprio da concetti storici per meglio appoggiare il servizio pulsionalmente poetico (lo dice sempre lo stesso Greenaway: «Nella vita, ci sono solo due cose di cui vale la pena parlare: la prima è il sesso, la seconda è la morte»); ma siamo condotti anche a considerare un tentativo estremo di chiarificazione (comunque mai blasfema, piuttosto sorniona) di concetti religiosi troppo beceri e (manco a dirlo) retrodatati per essere ancora considerati anche solo come ipotizzabili in una contemporaneità che, forse e quasi paradossalmente, non ha mai avuto così tanto bisogno di un recupero passato a scopi personali e, dunque, anche e principalmente collettivi.

3«In quasi tutta la storia dell’umanità è comparso del materiale erotico, dai geroglifici alla pittura rinascimentale fino alla fotografia e, oggi, a internet – sostiene Greenaway – Noi nordici, ormai, abbiamo assimilato, praticamente, un concetto che, fino a prova contraria, fa parte dell’esistenza. Voi, purtroppo, qui, avete ancora qualche problema religioso che si rende troppo controproducente in questo senso. Sapete benissimo che la nostra vita proviene da un atto sessuale: perché, allora, non dovrebbe esserci concesso di scopare?!». Non è un caso se, quindi, il primo dei tableau vivant ricostruiti dal Goltzius / Greenaway inscena il concetto di voyeurismo come volontà divina di godimento interiore da gesta altrui, con tanto di marchio “Property of God” inciso sulla pelle di Adamo ed Eva. E non è un caso nemmeno se anche un enorme tabù e reato come l’incesto viene giustificato e consentito purché finalizzato a garantire un qualunque proseguimento della propria specie dopo morte e distruzione (Sodoma e Gomorra in primis). Merce rara, insomma. Arte pura. Poesia. Quindi vita.

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