Il mistero di Dante (Louis Nero, 2014)

1Se vuoi parlare con me armati di pazienza, respira e fermati a guardare le cose nel profondo. Altrimenti, quella è la porta, arrivederci e grazie lo stesso. Concetto più o concetto meno, sembra sussurrare proprio questo semplicissimo bagliore di senso (estremamente difficile da cogliere per chi sceglie di continuare ad abitare nella melma di superficie) il buon Louis Nero nel suo Il mistero di Dante.

Non una docu-fiction, nemmeno un mockumentary: semplicemente un film, come se ne possono fare tanti in vari modi e tempi diversi. Louis Nero sceglie, nel suo caso, un misto tra ricostruzione e inchiesta per cercare di aprire lo scrigno di un vero e proprio viaggio iniziatico mirato a fare del film stesso qualcosa che possa almeno tentare di andare oltre il semplice progetto cinematografico.

Nero espone unicamente se stesso, né più né meno. E la sua idea, soprattutto (ah, avere ancora un’idea…). Meglio se incentrata su un fattore che a molti può dar fastidio (e così è stato), specialmente a chi sa, ma non dice, di averlo perduto per sempre. «Il limite non è in chi scrive ma in colui che legge», disse lui in un’occasione. «Alcune persone, grazie alla propria capacità di concentrazione, sono più suscettibili ad essere positivamente influenzate dal linguaggio simbolico».

Ecco. Viene da chiedersi chi saranno mai quelle persone. E viene da pensare anche all’eventuale possibilità umana (in verità tutta italianastra) di poter tornare (se mai c’è stato un tempo in cui si riusciva) a usufruire di una reale comprensione di senso con conseguente crescita personale oltre il semplice godimento estetico di un’opera d’arte, a qualunque settore essa appartenga.

«Il quarto significato, quello anagogico, richiede qualche spiegazione: anagogico deriva dal greco “anagoge”, che etimologicamente significa ricondurre verso l’alto, ricondurre a un senso spirituale, mistico». Questo è quanto riguarda l’ ulteriore categoria interpretativa dantesca (oltre quella linguistica, teosofica e socio-politica) di Carlo Saccone, una delle figure docenti figuranti nel film e intervistate assieme ad altre note come Gabriele La Porta, Roberto Giacobbo, Valerio Massimo Manfredi, Silvano Agosti, Franco Zeffirelli o persino Taylor Hackford, regista di film, non a caso, come L’avvocato del diavolo o L’ultima eclissi. Tutto quello che viene detto, visto o anche solo lasciato intuire è perfettamente coadiuvato dalla figura dello stesso Dante (incarnato nientemeno che dal celeberrimo premio Oscar F. Murray Abraham) nelle vesti di guida ancora più spirituale di quanto non lo sia stato in infiniti secoli di evoluzione umana. Unico scopo: mostrare «la dottrina che s’asconde sotto il velame delli versi strani».

Un incipit tenebroso, oscuro e claustrofobico trasporta l’occhio interiore tra le viscere di spazio e tempo non più definibili. Al fianco di regista-operatore (lo stesso Nero) e assistente (Diana Dell’Erba) bendati e al seguito di un sinistro maggiordomo “carontesco”, inizia un lungo e angosciante viaggio verso quell’ “inferno dei viventi” calviniano, oltre che dantesco, una condizione non più soltanto umana in cui, gradualmente, gradino dopo gradino lungo la discesa nel profondo della propria stessa condizione terrena, si assume la consapevolezza di voler «riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno», per dargli spazio e ad esso concedersi.

Attraverso questa vera e propria iniziazione ad un sapere altro dagli sterminati ma, evidentemente, non sufficienti libri di testo, prende il largo un andirivieni di testimonianze e ricostruzioni visive (sulla base delle inimitabili raffigurazioni di Gustave Doré) atte a fare di Dante Alighieri e della eterna Divina Commedia l’esempio più alto di approfondimento spirituale non tanto letterario quanto, in verità, più comune e (per chi lo vuole percepire) semplice di quanto si possa intendere.

2Si parlava di persone capaci di farsi influenzare da linguaggi simbolici e, in questo, desiderose di aprire la propria anima a respiri universali di pura e armoniosa predisposizione ad “essere”, più che apparire. Ebbene, costoro potranno mai essere scribacchini sovrapagati da testate giornalistiche anche molto note che mandano lorsignori allo sbaraglio al cospetto di un certo Louis Nero? Chi?! Louis Nero. E chi è?! Forse uno dei pochi (per di più italiano: la cosa dovrebbe far riflettere) capaci di assorbire e fare propria la lezione, se non di Béla Tarr per stile, tematiche e scelte visive, almeno di un certo Aleksandr Sokurov, colui che, nel 2002, rifletteva sul senso della propria esistenza tra i confini geo-socio-politico-morali di un’appartenenza sovra-storica espletata nei 96 minuti di piano sequenza di Arca Russa. Il buon Nero, nel 2005, proprio in Pianosequenza ne ha messi in atto ben 124, di minuti, senza stacchi di montaggio, confermando quella notevolissima indole di indagine, certo, sovrannaturale eppure così umana, fragile ma allo stesso tempo granitica nella sua intenzione di sostenere un concetto di esistenza terrena apocrifo, ben lontano dalla comune accettazione. Materia contro spirito è l’eterna lotta sia tematico-stilistica che, soprattutto, concettuale. E proprio in quella coraggiosissima opera seconda superautoprodotta si scontravano materialismi vital-corporali con introspezioni più oniriche della peggiore oscurità esistenziale, tangibilità materiale del mezzo con essenza spersonalizzante irreversibile del suo contenuto.

Ma, ahinoi, la comune accettazione (chiamiamola così) di un respiro direzionato, sicuro di sé e delle proprie non-posizioni, attanaglia la coscienza di qualche prezzolato pubblicista, fiero di poter far notare all’autore dell’opera tutta la mancanza di approfondimento linguistico, teosofico e politico nei confronti dell’opera di padre Dante, senza comprendere, dopo 100 importanti minuti, che il discorso era un altro. Quale? Esattamente quello che da troppo tempo manca e per troppo tempo mancherà nell’attuazione delle metodiche critiche e, per diretta provenienza, (in)umane di coloro che, per contro, sanno solo parlottare a voce alta, sghignazzare alla comparsa di certi argomenti e, in fin dei conti, ripudiare a manforte una sorta di ritorno alla concezione più altamente poetica della vita sulla Terra.

Da padre Dante non è lontano nemmeno il giovane regista protagonista di un’altra esperienza come quella del lynchiano La rabbia (2008), perché entrambi cercano di far valere la propria predilezione all’apertura spirituale in un mondo (tanto quello del cinema quanto quello socio-politico e, di riflesso, linguistico) che non li gradisce e, se accetta di cercarli, è solo per spolparli fino al midollo essiccandoli fino all’ultima goccia di sudore interiore. Converrebbe seguire, insomma, un vero e proprio manifesto neo-critico che prenda anche questo film, tra gli altri, come punto di partenza per ristabilire paletti necessari a quella apertura mentale motrice di dispiegamenti spirituali, morali e, dunque, anche civili e – perché no – politici.

La sfida di Louis Nero è indiscutibilmente nobile, alta, sofisticata. Eppure così a portata di mano. Forse spinta un po’ troppo (seppur coraggiosamente) verso il mistero ma, proprio per questo, necessaria a mettere in tavola le carte adatte ad una qualunque riflessione un po’ più profonda, una condizione che solo chi è veramente disposto a mettere in gioco prima di tutto sé stesso può accettare di vivere almeno per poco più di un’ora e mezza (l’obiettivo, in verità, sarebbe quello di spingere ciò che resta di una mente anche oltre).

«Credo fermamente che questa pellicola possa aprire alla gente, propensa a stupirsi, un nuovo modo di vedere il mondo circostante». Dici bene, caro Louis. Ma cosa affidare in termini di speranza ad un mucchio di burberi che dello stupore non sa più che farsene? Lo stupore. Cosa sarà mai questo osceno baraccone? Ha una trama? C’è Brad Pitt? O Julia Roberts? Nemmeno Meryl Streep, che diamine?! La verità è una sola e, Louis, tu la conosci bene: occorre necessariamente, e al più presto, tornare a regalare alla percezione della realtà quell’imprescindibile senso di profondità riflessiva che manca da troppo tempo un po’ ovunque, tanto al cinema quanto alle altre arti e, soprattutto, a coloro che dovrebbero sostenere a bandiera issata il senso più recondito e profondo del produrne esemplari.

Ma forse, “loro”, non sono ancora pronti.

Pubblicato in cinema, letteratura | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

L’epoca infernale. Il cinema di John Carpenter come ancora di salvezza

1Il 25 ottobre 2018, anche nelle nostre sale cinematografiche arriva Halloween, per la regia di David Gordon Green. Gli appassionati del cinema horror sanno bene che a quel titolo corrisponde un’intera saga da grande schermo che ha come pilastro portante la figura di Michael Myers, probabilmente il principe degli assassini da pellicola seriale assieme al Leatherface di Non aprite quella porta e sulla base dell’eterno Norman Bates di hitchcockiana memoria. Il compito di Green è stato quello di mettere da parte sequel, prequel e spin-off per organizzare una narrazione collegata per direttissima proprio al co-genitore di tutti i futuri slasher movies. Ecco tornare, dunque, Jamie Lee Curtis nelle vesti dell’allora giovanissima Laurie Strode (unica baby-sitter superstite della notte su cui si focalizza la pellicola) di nuovo a confronto forzato col celeberrimo Myers (non a caso, a vestirne i panni torna Nick Castle, interprete primordiale del personaggio).

Ma veniamo al punto. A dare vita al personaggio di Michael Myers e, di conseguenza, all’intera saga di Halloween, fu – assieme alla compianta produttrice, sceneggiatrice e grande amica Debra Hill – un certo John Carpenter. Questo signore scarno e dall’aspetto rocker tardivo lo si può notare tranquillo e pacato mentre, seduto al fianco della Curtis, prende parte a varie presentazioni statunitensi della nuova pellicola. Il motivo della sua presenza è legato anche al suo ruolo di supervisore, produttore esecutivo e (come sempre nelle produzioni che vedono la sua firma) autore della colonna sonora.

Ma c’è di più. È lui – sulla base dell’ammirazione per Tobe Hooper (quello di Non aprite quella porta) e Dario Argento (Profondo rosso in primis) ma con una formazione cinefila che guarda ai film western di Howard Hawks – ad aver cesellato il punto di svolta dell’intera cinematografia horror nel 1978, annus mirabilis per il genere quanto a nascita, crescita e sviluppo dell’Halloween progenitore del tutto.

Ma se della nuova uscita il direttore d’orchestra è David Gordon Green e Jamie Lee Curtis ne è di nuovo la protagonista nei panni di Laurie Strode, cosa ci fa veramente su quel palco, il signor Carpenter? Semplice richiesta di presenza in qualità di partecipante ai lavori? O forse, finalmente, doveroso riconoscimento dell’artefice di uno stile e di un impatto cinematografico che ha cavalcato il genere horror (ma anche il thriller, la fantascienza e la commedia) facendone un fondamentale veicolo di senso e contenuto ben più ampio e intenzionato a pronunciare qualcosa di molto più grande che, magari, si vuole tentare di recuperare?

Già, perché se si vuole tornare a mettere la testa fuori dalla melma insignificante di quasi vent’anni di The ring e The grudge in salsa meramente effettistica a stelle e strisce, è proprio a John Carpenter che bisogna rivolgersi per capire come un prodotto confezionato nella speranza di un mercato possa contenere una serie sconfinata di idee politiche, sociali, antropologiche, persino etiche e teologiche mirate a sovvertire l’ordine percettivo della realtà circostante imposta da onorevoli senatori e braccia mediatiche artificiali. Una ignobile bestemmia per il mainstream in cui Carpenter riuscì ad inserirsi col desiderio primigenio di farne saltare in aria le strutture portanti per ricreare, su quelle stesse radici, un nuovo ordine reale, privo di paraocchi, che del “politically correct” non sa che farsene e vorrebbe insegnarne il fondamentale e definitivo rifiuto.

Guardare senza timore alla realtà contemporanea (dentro e, soprattutto, fuori dallo schermo) è necessario per spazzare via interi decenni di cinematografie seriali sterili e puramente sceniche per tornare a rivolgere lo sguardo oltre le mura della sala di proiezione. Vedremo se sarà così. Le basi ci sono tutte, basta coglierle seriamente e cominciare, finalmente, a farle proprie.

E quali sono queste basi? Senza dubbio quelle che mettono al centro dell’interesse contenutistico di un maestro come Carpenter una profonda convinzione legata al fallimento delle istituzioni più sacre e intoccabili, soprattutto se riferito agli individui che le compongono e le portano avanti con spirito di mungitura delle classi meno abbienti. Questo fa di Carpenter stesso un autore vero, capace di cavalcare strutture e generi per operare un discorso generale riguardante la propria realtà di appartenenza al netto di una precisa idea sia di cinema che di vita sociale.

2Non è un caso, allora, se un Carpenter nemmeno trentenne, in Distretto 13 – Le brigate della morte (1976, ispirato a Un dollaro d’onore di Howard Hawks), fa di Los Angeles un simulacro di città in cui le forze dell’ordine abbandonano quartieri-ghetto pur di non fronteggiare perfide bande di criminali. E lo fa senza giri di parole: i veri eroi sono gli ultimi, la gente comune, il più delle volte ingabbiata dietro sbarre di ferro con le manette ai polsi, proprio come i “delinquenti” che affiancano il tenente Bishop durante l’assalto della banda Vodoo al distretto che è chiamato a sorvegliare. Quelli che per lo Stato devono solo marcire in galera sono semplici individui desiderosi di redenzione nei confronti di una condizione sociale che li ha costretti a reagire per non subire. Siamo in piena epoca post-Vietnam e fare di una città così celebre e importante un luogo irrimediabilmente abbandonato da istituzioni e forze dell’ordine, vorrà pur dire qualcosa.

Emerge anche una figura femminile particolarmente coraggiosa e leale tanto cara a Carpenter anche in prove future, che trova forse il suo forzato svezzamento proprio in Halloween (1978). Laurie Strode non è come le sue amiche civette impegnate nell’andare a letto con questo o quel rampollo come unico interesse di affermazione individuale, ma ha timore di non compiere le scelte giuste per un senso di protezione verso se stessa che estende ai bambini a cui fa da baby-sitter, mentre il male puro di nome Michael Myers arriva a destabilizzare ogni minima parvenza di ordine precostituito.

Un ordine nato e sviluppato sulla base delle scie insanguinate di una Storia stuprata e vilipesa come quella che i padri fondatori hanno scritto sulla pelle dei nativi locali. Se il tentativo di Michael Cimino con I cancelli del cielo fu stroncato da eccessivi timori di ritorsioni politiche da parte dei produttori (fatte passare per superomismo dell’autore), a Carpenter non fu possibile dire di no proprio per l’attrattiva di genere messa in atto. E allora ecco che The Fog (1980) arriva a rappresentare un sontuoso atto d’accusa alle fondamenta stesse del dominio americano attraverso la vendetta della Elizabeth Dane, una nave di lebbrosi carica d’oro capitanata dal ricco Blake e desiderosa di approdare nella cittadina di San Antonio Bay a fine ottocento ma, per volere di chi poi fonderà quel paesino con l’oro trafugato, depredata e lasciata affondare in seguito ad un vile inganno. La nave, ormai fantasma, tornerà cento anni dopo a chiedere il conto.

Ma la messa in discussione delle certezze di intere generazioni prosegue con la distopia realistica di 1997: Fuga da New York (1981), in cui Carpenter fa di Manhattan un enorme carcere a cielo aperto nel quale l’antieroe Snake Plissken (Kurt Russell), sotto ricatto, deve infiltrarsi per salvare il gretto presidente USA (Donald Pleasence) lì tenuto prigioniero dai ribelli. Manhattan come immenso covo di persone rese crudeli dallo stato delle cose. Manhattan, il cuore pulsante della vitalità yuppie edonista reaganiana. Manhattan, dunque, come dimora reale dei delinquenti veri, che non sono quelli affamati.

Per il modello occidentale contemporaneo, secondo Carpenter, il male si annida tra le viscere del diverso, dell’altro da sé, dell’ignoto da temere sempre e comunque. Proprio come credono i protagonisti de La cosa (1982, di nuovo Howard Hawks ispiratore), portati a sospettare di tutto e di tutti in seguito all’invasione di un parassita alieno (lo straniero) che distrugge e rigenera – a suo modo – l’organismo in cui si insedia.

Se il male si annida nel diverso da sé, allora la salvezza dell’individuo medio è nell’appartenenza ad una Storia capovolta, ingiusta, sbagliata. Ecco perché il John Nada di Essi vivono (1988) solo attraverso occhiali “speciali” riesce a vedere la vera realtà che si annida dietro le cose e le persone, un non-luogo dove tutto è menzogna, totalitarismo inconscio e condizionamento psicologico rivolto a irrefrenabili pulsioni isolazioniste e consumiste, dove i ricchi e i potenti sono gli “alieni” che spolperanno il pianeta di ogni suo alito di vita e dove dietro una banconota si cela il messaggio “This is your God”. E non c’è tregua nemmeno per il clero e per tutto ciò che esso rappresenta, se un capolavoro come Il signore del male (1987) lo inquadra impaurito e angosciato al cospetto dell’arrivo, anche qui, reale e tangibile del male assoluto che ha sempre venduto come antagonista al proprio prodotto risolutore sovrannaturale, tanto da non esitare a rivolgersi ad un gruppo di scienziati per debellare la minaccia universale rappresentata da un Dio che, in realtà, è un Anti-Dio, esiste davvero e vive nelle particelle subatomiche dell’antimateria.

E quindi? È presto detto.

3A poco servono – guardando in casa nostra, per capirci – i vari Diaz, ACAB o Sulla mia pelle, se restano buoni film per persone che devono tornare immediatamente alla propria realtà materialista al termine della proiezione. Sia qui che altrove, oggi, guai a dare fastidio al finanziatore privato o ministeriale di turno. E invece c’è bisogno di un concreto e violento “j’accuse” politico verso intere generazioni di cannibali invitando all’apertura oculare, con conseguente azione difensiva, di chi sente di volerci capire qualcosa. Senza contare, poi, che le sequenze più visualizzate su Youtube di Gomorra (film e serie) sono quelle in cui il camorrista di turno emette il suo tanto atteso “ipse dixit”. Il gran mestiere, insomma, deve tornare a confezionare un prodotto vendibile ma non sterile di contenuti ben oltre la sola apparenza messaggistica. Meno Jeeg Robot di periferia e più costruzione sensoriale o attrattiva (Mine, in questo, si è reso notevole per forma e contenuto) ma espressamente rivolta a ciò di cui il film dovrebbe solo essere il corposo trampolino di lancio.

Ecco perché occorre sperare che la riesumazione iconica del cinema di John Carpenter, in mero supporto alla vendita di un semplice prodotto attuale, non resti tale ma porti ad un ritorno di costruzioni filmiche perfettamente in grado di puntare un nemico concreto (interiore o circostante) e fare fuoco sul bersaglio delle sue imposizioni reali, fuori dallo schermo, nel cuore della vita sociale di tutti i giorni.

Pubblicato in cinema | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Estate di Cinema. Da Hitchcock a Rohmer, il motivo estivo come costruttore di senso

4C’è modo e modo di parlare di un periodo. Secondo svariate modalità si può tentare di focalizzare l’attenzione – più o meno analitica – su un fattore temporale, ancor di più se ad essere preso in considerazione è un arco astronomico che va, nel più comune dei casi, dal 23 di giugno al 22 di settembre, periodo prevalentemente noto come “estate”. L’ambito culturale, nello specifico, attribuisce al concetto di “aestas” (dal latino “calore bruciante”) un valore contenutistico legato al senso di “calore” rivolto al suo significato più metaforicamente ampio, per lo più introspettivo, saldamente sposato alla volontà di costruzione e rappresentazione di narrazioni capaci di andare ben oltre il mero dato filmico, servendosi, dunque, dei “topos” caratteristici delle ambientazioni estive per sorvolare il solo fattore climatico-ambientale allo scopo di direzionare il racconto verso indicazioni di taglio nettamente esistenzialista. Al di là di indipendenze americane, prese di bastiglie o stelle cadenti, insomma, il Cinema ha saputo fare di se stesso un veicolo emotivo anche grazie ad un fattore cronologico-contenutistico troppo spesso svalutato ma, in sostanza, largamente debitore verso l’importanza di una buona sceneggiatura, nonché della figura stessa dello sceneggiatore.

Come si sarà già intuito, non è questa la sede adatta per le solite e sterili discussioni riguardanti opere d’arte (in questo caso per così dire, ma di Arte, troppo spesso in quel frangente, non si può affatto parlare) incentrate o ambientate nel periodo estivo solo ed esclusivamente a scopo propagandistico o infantilmente rivolto a una considerazione del periodo unicamente sulla sponda ludica e prettamente sbarazzina in termini di contenuto e significato (al bando i vari “Vacanze a…”, insomma). Il Cinema – quello vero – si è visto molto spesso trasportare in territori in cui le onde di un mare o il sorgere (spesso il tramontare) di un sole tanto limpido quanto distante e irraggiungibile hanno significato tanto sia per il conferimento di senso alla narrazione oggettiva sia per la costruzione di una sorta di motivo base – quando non proprio filo conduttore – per il dispiegarsi delle rivelazioni più umanamente profonde, sia da un punto di vista filosofico-semiotico che da una prospettiva narrativamente molto più tecnica.

Questo secondo aspetto, ad esempio, è il fulcro di ogni motivazione all’azione – più o meno fortuita e più o meno casuale per quanto così non sarà, come in molti ovviamente già sapranno – che porta alla stratificazione delle trame sia tecnico-visive che filologiche provenienti da quel capolavoro dei capolavori che risponde al nome di La finestra sul cortile (1954). Al di là di ogni pur necessaria, doverosa e seminale discussione tecnico-analitica (si tratta, non dimentichiamolo mai, del film che forse per primo – se non si conta Una donna nel lago di Robert Montgomery del 1947 – o, quantomeno, più di moltissimi altri suoi simili ha stimolato il concetto di discorso metacinematografico nel corso della storia, ispirando una miriade di saggi critici anche di pregiata fattura), il maestro Alfred Hitchcock, infatti, sfrutta a suo favore l’ambientazione estiva per far sì che le finestre di un condominio – tutte orientate su un chiosco semichiuso e, di conseguenza, perfettamente in grado di osservarsi a vicenda – vengano lasciate aperte dagli abitanti a causa dell’afa estiva, e che uno di questi, il James Stewart che veste i panni del (non a caso) fotografo (quindi osservatore) Jeffries, sia costretto sulla sedia a rotelle in seguito a un incidente (come spiega magnificamente l’incipit non verbale), quindi annoiato dall’impossibilità motoria e ben disposto a farsi i fatti degli altri, così tanto da sospettare e indagare su un potenziale delitto ad opera di uno dei dirimpettai.

1Il dato estivo come fattore cronologico-ambientale utilizzato allo scopo di muovere o creare la narrazione, però, ha avuto anche esperienze al di fuori del puro genio hitchcockiano e, per giunta, sempre più eterogenee in termini di tematiche e stile visivo. In Italia, ad esempio, come non sottolineare l’importanza che l’ambientazione estiva ha avuto per pellicole sia di impatto irrimediabilmente storico-critico che di valore bonariamente inferiore (se così si può dire). Quanto alla prima dicitura, è imprescindibile citare la gemma eterna insita ne Il sorpasso di Dino Risi (1962). È la mattina di ferragosto, infatti, quando il vigoroso nullafacente Bruno Cortona (un immenso Vittorio Gassman), avendo bisogno di fare una telefonata e di fumare una sigaretta, si ritrova a girovagare con la sua auto sportiva per le strade di una Roma deserta (sono tutti in vacanza per intere settimane, se non mesi, in piena epoca di “boom”), finendo per chiamare alla finestra (ovviamente aperta) il giovane e diligente studente Roberto Mariani (Jean-Louis Trintignant) e coinvolgerlo (non senza consenso) in tutte le sue peripezie del momento.

A proposito di città deserte – almeno quando la maggior parte poteva permettersi lunghe e rilassanti vacanze – sempre Roma è al centro dello sguardo che Nanni Moretti le rivolge soprattutto nel primo dei tre episodi di Caro diario (1993), quando a bordo della sua vespa circumnaviga la capitale mezza vuota riuscendo a cogliere l’attimo per riflettere su alcuni importanti aspetti della vita moderna come, ad esempio, il continuo ampliamento urbanistico (passando lentamente in rassegna quartieri periferici e vecchie borgate ora trasformate in centri abitati), il burrascoso rapporto con un senso della Storia che si è preferito cancellare (il viaggio sulla via Ostiense fino al luogo in cui fu ucciso Pier Paolo Pasolini), il ruolo di un certo ramo della critica cinematografica nazionale (la visione di un film di “serie B” giudicato come capolavoro in una delle pochissime sale di quartiere rimaste aperte a fronte della fatidica chiusura estiva) o l’improvviso quanto intimista impeto di appartenenza al senso delle minoranze (l’ormai celebre discorso lampo con un automobilista ad un incrocio, possibile proprio perché verso un’auto decappottabile col tetto aperto per via del caldo).

Quanto al secondo ambito, invece, ovvero quello più bonariamente “leggero” in termini di contenuto, dal momento che un certo tipo di cinema tricolore proprio non riesce a non rivolgere una certa attenzione (a volte in maniera conscia e adeguata, molte altre con un certo bagaglio qualunquista in spalla) verso tematiche filo-politiche di stampo medioborghese, un film come Ferie d’agosto di Paolo Virzì (1995) ben sottolinea come, in terra italica, ciò che appare come divergenza ideologica presto sfocia in un “volemose bene” più con se stessi che con terzi. Attraverso lo sguardo di Sandro Molino (Silvio Orlando), due gruppi di persone si incontrano sull’isola di Ventotene dove sono in vacanza risiedendo in due abitazioni vicine. Questi due nuclei familiari vengono presto a scontrarsi, però, in seguito al ferimento più o meno involontario di un extracomunitario da parte del più borghese dei due gruppi, scatenando così un reciproco flusso di scarsa sopportazione reciproca che coinvolgerà ogni singolo personaggio in situazioni sia ideologiche che di vita pratica quotidiana.

Altre due pellicole italiane rivolte a una fruizione facile ma, al contempo, perfettamente godibile e priva di eccessivi ammiccamenti qualunquisti – laddove può sembrare qualunquismo ciò che, invece, è solo impostazione di plot per la risoluzione di tempi comici anche legati a luoghi comuni ma a fin di bene per la narrazione – sono quelle che hanno come autore sia direttore che attore principale l’icona nazional-popolare di Carlo Verdone. Un sacco bello (1980) e In viaggio con papà (1982), infatti, ruotano sull’ambientazione estiva per – il primo – fornire, di nuovo, una Roma agostana deserta e assolata in cui si intrecciano le vicende di personaggi (tutti interpretati da Verdone) come il coatto Enzo (in cerca di compagnia per un “tour del sesso” in Polonia), l’ingenuo e bambinone Leo (che deve raggiungere la madre al mare ma viene bloccato da una graziosa ragazza spagnola in difficoltà) e il mistico hippy Ruggero (ritrovato in strada dal padre che lo riporta a casa per convincerlo a riprendere lo stile di vita borghese di sempre), e – il secondo – per costruire un tentativo di recupero del rapporto tra il giovane Cristiano (Verdone) e suo padre Armando (Alberto Sordi, che qui funge anche da regista).

Quanto a un esperimento sempre nostro compatriota ma, per contro, osservante un processo di scrittura e messa in scena che nulla ha da invidiare, volendo, a eminenti colleghi europei, La bella gente (pellicola che ha avuto sei lunghi anni di tribolazione prima di trovare una via di uscita in sala nel 2015) si distacca, invece, da una qualsivoglia sorta di qualunquismo grazie alla saggia regia che Ivano De Matteo usa per passare in rassegna le vicende di Alfredo e Susanna (Antonio Catania e Monica Guerritore), una coppia cinquantenne da sempre schierata contro ogni tipo di discriminazione che però, durante il soggiorno nella dimora estiva di campagna, dovrà scontrarsi con numerose tentazioni opposte quando la giovane prostituta Nadja (Victoria Larchenko) verrà da loro ospitata in casa poco prima che il loro figlio Giulio (Elio Germano) faccia anch’egli rientro e si ritrovi a suscitare inevitabili contrasti futuri.

Tornando ancora per un attimo all’ambientazione incentrata sul versante urbano deserto per via di un’uscita collettiva a scopo prevalentemente vacanziero, anche gli Stati Uniti (ma di derivazione italiana in quanto proveniente dall’omonimo romanzo thriller di Gianluca Morozzi) non sono stati da meno in una pellicola come Blackout di Rigoberto Castañeda (2008) – di cui potete leggere, anche in questo caso, un approfondimento in questo numero – in cui tre personaggi (il giovane ribelle Tommy, il medico Karl e la studentessa Claudia) rimangono intrappolati nell’ascensore del loro palazzo a causa, appunto, di un improvviso blackout. Non essendoci praticamente nessuno a cui poter chiedere aiuto, i tre sono costretti a sopportare intere ore di clausura forzata, fino a quando uno di loro si rivelerà particolarmente pericoloso vista la sua indole primordiale gradualmente riemersa a galla.

2Qualcuno non italiano che, però, in Italia c’è stato e, per di più, ci ha girato buona parte di un suo film (Solino, incentrato sull’emigrazione italiana verso la Germania degli anni ’60) prima che il suo nome divenisse noto nel resto d’Europa, è il turco naturalizzato tedesco Fatih Akin. Il suo secondo film, Im Juli, ruota infatti attorno alla figura del giovane Daniel (Moritz Bleibtreu) che, non avendo la minima intenzione di starsene a casa per tutta l’estate, sceglie di andarsene in giro per l’Europa. Prima della partenza, però, Daniel si imbatte in un mercatino delle pulci in cui Juli, una ragazza intenzionata a fare la sua conoscenza, gli vende una sorta di anello Maya con sopra inciso un sole, preannunciandogli che, nel corso del suo viaggio estivo, incontrerà una persona che si rivelerà importante per la sua vita, essere umano che lui potrà distinguere proprio accorgendosi della presenza di “un sole” sui suoi tratti somatici o a far da cardine al suo stesso modo di vivere.

Selezionando altre pellicole di ancora più profonda caratura emozionale, quindi, ci si può avvicinare ulteriormente a una considerazione del dato estivo come elemento fondamentale per la caratterizzazione non solo di situazioni cronologiche o ambientali di partenza, ma anche o, anzi, soprattutto, per la costruzione di paesaggi interiori altrimenti di difficile collocazione emotiva ed esistenziale.

L’estate, in sostanza, può essere intesa anche come periodo di transizione, arco di tempo non solo esteriore durante il quale le percezioni, le sensazioni, i sentimenti umani si amplificano a dismisura perché coadiuvati da una condizione meteorologico-astrale che si fa stato d’animo, epifania per nuovi inizi o, talvolta, per inevitabili punti d’arrivo. Esemplare, in questo, è E la chiamano estate (2012), film fischiatissimo al Festival del Film di Roma 2012 e distrutto dalla critica nostrana, ma vincitore di due premi (migliore interpretazione femminile e miglior regia) e, in realtà, pregevolissima opera di un altrettanto valido regista come Paolo Franchi (tra i cui film si annovera almeno un mezzo capolavoro come Nessuna qualità agli eroi, 2007) che, a dirla tutta, ha veramente poco in meno di sua eminenza Kieslowski, quanto a selezione di messa in scena e dettatura di tempi. Il periodo estivo, qui, funge da stazione intermedia per le personalità di Dino (Jean-Marc Barr) e Anna (Isabella Ferrari), una coppia in crisi in quanto lui non riesce a dimostrare il proprio amore per lei in quanto immischiato nell’eterno abisso della venerazione della carne. Tra giri di prostituzione e club scambisti, infatti, Dino (che non a caso è anestesista) vede scemare gradualmente ogni possibilità di fuoriuscire da una fredda staticità alla quale preferirebbe, per l’appunto, un rinnovato spiraglio di calore umano.

Eminente è anche un altra prova italiana, questa volta attribuibile a un nuovo nome del nostro cinema. Il giovane Leonardo Guerra Seràgnoli, nello specifico, è l’autore di una pregiatissima opera prima come Last summer (2014) nella quale l’estate è motivo principale per l’isolamento di una altolocata madre (la Rinko Kikuchi di Babel) con il piccolo Ken (Ken Brady) a bordo di uno yacht familiare al largo delle coste pugliesi nel tentativo di recuperare un rapporto deteriorato fin dai primi giorni di vita del bimbo. Dopo aver perso la custodia del figlio, infatti, la giovane Naomi cerca in tutti i modi di ripristinare un rapporto inevitabilmente irrecuperabile in soli quattro giorni da vivere sotto gli occhi di un equipaggio legato al suo ex marito, il tutto circoscritto da un’atmosfera a tratti pacifica ma, nel profondo, estremamente in bilico tra sincerità affettiva e opprtunismo sociale.

Una regia come quella di Seràgnoli, così attenta ai dettagli, delicata e perfettamente in grado di scavare nel profondo delle sensazioni umane, non si distacca dal marchio di fabbrica emozionale di un maestro indiscusso come Michelangelo Antonioni. Non a caso – senza entrare chissà quanto nel merito per non rischiare di perderci in discorsi fuori tema – proprio un film dell’eminenza ferrarese come L’avventura (1960) propone una collocazione estiva per innescare le vicende apaticamente affettive di Sandro (Gabriele Ferzetti) e Claudia (Monica Vitti) nella momentanea convivenza forzata su un isolotto delle Eolie alla ricerca dell’amica Anna, misteriosamente dispersa dopo una gita in barca. Col passare dei giorni, viene a scemare la preoccupazione di ritrovare l’amica in favore dell’emergere di una reciproca attrazione più votata a un silente dissolvimento (se non a da una non nascita) che a un’ipotesi di avvenire.

A proposito di registi indiscussi, poi, come non approdare all’eleganza figurativa e narrativa del maestro Valerio Zurlini e della sua Estate violenta (1959), il racconto di un amore impetuoso tra Carlo (Jean-Louis Trintignant), figlio di un gerarca fascista in vacanza sulla costa adriatica, e Roberta (Eleonora Rossi Drago), la bella vedova di un caduto, sullo sfondo di quei tragici giorni di fine luglio ’43 che videro la caduta del fascismo e la trasformazione dei tedeschi da alleati infidi in nemici spietati. Restando nell’estate romagnola tra Parma e Riccione, Zurlini porta a maturazione il proprio universo espressivo attraverso il capolavoro La ragazza con la valigia (1961), dove una indimenticabile Claudia Cardinale veste i panni di Aida Zepponi, cantante da orchestrina raggirata dal playboy Marcello. La ragazza riesce a mettersi sulle sue tracce arrivando alla lussuosa villa in cui costui vive con fratello Lorenzo (Jacques Perrin), timido sedicenne mandato in avanscoperta per allontanare l’ospite indesiderata. Il giovane, però, se ne innamora perdutamente e viene a conoscenza della non facile vita di Aida.

3Se si pensa, poi, al periodo estivo proprio come metafora psico-esistenzialista, come non citare almeno quattro film di uno dei fondamentali esponenti della Nouvelle Vague come Eric Rohmer. Tra pellicole come La collezionista (1967), Il ginocchio di Claire (1970), Pauline alla spiaggia (1982), Il raggio verde (1986) e Racconto d’estate – Un ragazzo, tre ragazze (1996), infatti, si annida un fortissimo senso di introspezione autoriflessiva che ha come fulcro non solo materiale proprio il periodo estivo da intendere, dunque, come tappa fondamentale per giri di boa o, talvolta, stasi emotive – oltre che pratiche – atte ad influire in maniera più o meno definitiva sulla conformazione umana dei personaggi. La collezionista, ad esempio – ma sono veramente tanti i film di Rohmer ad avere l’estate come luogo emotivo oltre che temporale – fa parte dei Sei racconti morali (dove per morale non si intende moralismo ma introspezione analitica di stati mentali e sentimenti) e ruota attorno alla permanenza dell’antiquario Adrien (Patrick Bauchau) e dell’artista concettuale Daniel (Daniel Pommereulle) in una villa per le vacanze estive nei pressi di Saint-Tropez. Il loro soggiorno, prevalentemente mirato a una sorta di vacanza totale fatta di assoluto non far nulla, viene però spossato dall’arrivo della giovane e bella Haydée (Haydée Politoff) che metterà in discussione sia il loro volenteroso evitare qualunque attrazione mondan, sia una sorta di patto non scritto che li vorrebbe indifferenti a coinvolgimenti affettivi. Anche in Pauline alla spiaggia Rohmer opta per l’ambientazione estiva al fine di porre la protagonista, la quindicenne Pauline (Amanda Langlet), in una situazione in cui possa finalmente passare l’estate a socializzate e con alcuni suoi coetanei dopo aver tanto viaggiato in giro per il mondo. Assieme all’amica trentenne Marion (Arielle Dombasle), Pauline cerca di abbandonarsi al vero amore nell’arco di tempo che resta fino alla fine delle vacanze. Questa e altre situazioni parallele, in sostanza, faranno da contorno al senso che i vari personaggi, sia maschili che femminili, daranno al concetto stesso di sentimento amoroso. Il raggio verde, di per sé, fa proprio del periodo estivo qualcosa di basilare per operare un discorso riguardante la massificazione alienante dell’atto stesso di andare in ferie. Diviso in quattro episodi contraddistinti da altrettanti periodi feriali, Rohmer sballotta Delphine (Marie Rivière) tra Parigi, la Normandia, La Savoia e la costa atlantica di Biarritz riuscendo – malgrado la varietà di ambientazioni e di potenziali situazioni narrative – ad accrescere un vero e proprio senso di solitudine e smarrimento a cui fa da contraltare la ricerca che Delphine compie nell’eterno tentativo di trovare il grande amore della sua vita. Dal canto suo, poi, Racconto d’estate – che risponde a un altro ciclo di film rohmeriani, ovvero quello dei Racconti delle quattro stagioni – vede il giovane studente di matematica Gaspard (Melville Poupaud) permanere in vacanza presso la casa di una mico situata sulla costa bretone. Frequentando da solo le spiagge del luogo, viene notato da Margot (Amanda Langlet), la cameriera di un ristorante in cui si ferma a pranzare. I due stringono amicizia e lui, approfittando della complicità instauratasi, le confessa che, in realtà, sta aspettando l’arrivo della ragazza di cui è innamorato, anche se le speranze sono sostanzialmente poche. L’amicizia tra i due, però, avrà il potere di consolidare e sfaldare legami sia tra loro che tra altre figure femminile avvicendatesi nel corso della narrazione.

Le fresche estati bretoni fanno da cornice anche a Le vacanze di Monsieur Hulot (1953) e alla stralunata comicità di Jaques Tati che, con garbo e delicatezza, racconta le disavventure e i rituali in una piccola pensione di una località balneare della Loire Atlantique. Hulot, pipa in bocca e andatura dinoccolata, incurante dei commenti altrui e capace di fischiettare con disinvoltura sulle vicende della vita, porta nella routine del turismo di massa un po’ di animazione e autenticità. Infine – ma naturalmente non per ultimo, vista la sterminata mole di titoli che potremmo continuare ad elencare per dimostrare come l’ambientazione estiva possa letteralmente fa nascere o distruggere interi processi narrativi – come non citare quel ben più noto capolavoro che risponde al titolo de Il laureato (1967) per la regia di Mike Nichols, la celeberrima colonna sonora di Simon e Garfunkel e la consacrazione davanti alla macchina da presa di Dustin Hoffman. L’estate, naturalmente, è anche sinonimo di chiusura del periodo scolastico, per cui Benjamin Braddock (Hoffman), figlio di famiglia benestante, torna a casa dopo aver terminato il college. Parenti e amici organizzano una festa in suo onore, serata in cui fa la conoscenza della signora Robinson (Anne Bancroft), moglie del socio di suo padre e innamorata del giovane Ben. Dopo essersi spogliata davanti a lui e dopo avergli confessato di essere disponibile a un rapporto, tra i due nasce un legame fatto di incontri clandestini in cui la matura Robinson sfoga le sue pulsioni attrattive e, di pari passo, il novello Ben compie le prime esperienze adulte. Al contempo, però, per Ben incombe la pressione del dover scegliere l’università da frequentare, fino a quando entra forzatamente nella sua vita Elaine (Katharine Ross), figlia dei coniugi Robinson, con la quale il ragazzo viene praticamente costretto ad uscire senza provare, inizialmente, alcuna attrazione nei suoi confronti, salvo poi innamorarsi di lei e trovarsi in una situazione di forti contrasti sia affettivi che esistenziali inerenti le variegate scelte da compiere.

(Articolo scritto in collaborazione con Elisabetta Mariani)

Pubblicato in cinema | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Michael Cimino, il grande regista che Hollywood ha distrutto

1Michael Cimino si è spento due anni fa, all’età di 77 anni, nella sua casa di Los Angeles, California. Dai primi anni settanta fino ai giorni nostri, Cimino è conosciuto come il regista più scandalosamente altalenante tra successi interplanetari (vedi alla voce Il cacciatore, 1978: cinque Oscar, un Golden Globe, varie ed eventuali) e flop talmente colossali (I cancelli del cielo, 1980) da etichettare per sempre la sua immagine con la dicitura di regista scomodo e maledetto – quindi da tenere lontano ad ogni costo dalla macchina da presa – per via delle eccessive pretese produttive e, secondo molti, di un fare scontroso che lo avrebbe messo all’angolo al cospetto della precedente benevolenza riservatagli da quel perfido paese dei balocchi che è sempre stato Hollywood. Di lui, oggi, restano sette film, un cortometraggio, alcune sceneggiature e un paio di romanzi. Per ulteriori informazioni, consultare Wikipedia o testate giornalistiche maggiori e più generaliste.

Messi da parte i coccodrilli, se si osserva una sua fotografia recente e la si paragona con un’immagine datata di almeno una ventina d’anni, si ha la percezione di avere a che fare con la figura di due persone completamente diverse. Il ricorso a pesanti interventi di chirurgia plastica è sempre stato più che evidente proprio da una ventina di anni a questa parte. C’è chi ha tirato in ballo questa o quell’altra malattia, altri ancora hanno calato il carico su una potenziale volontà di cambiare sesso. La verità è che all’ambivalenza visiva del personaggio Michael Cimino corrisponde perfettamente una ulteriore ambivalenza non meno importante, strettamente legata alla persona e all’animo in essa contenuto, elementi che, in definitiva, corrispondono perfettamente all’idea di regista e scrittore che si dovrebbe avere di lui in maniera più o meno consolidata tra le cianfrusaglie del bagaglio cognitivo comune a noi amanti imperterriti della Settima Arte.

2Persona affabile, studiosa, delicata e profondamente umanista (nel senso di desiderio di trasmissione della conoscenza) in pubblico, Cimino era parimenti scostante e, a tratti, incomprensibile nel privato, specie tra le mura di studios hollywoodiani capaci di venerarlo prima (assieme ai contemporanei Coppola e Scorsese, che pure, in quegli anni lì, non è che se la siano passata poi così bene; Kubrick era un altro paio di maniche) e lasciarlo con le pezze alle natiche dopo. E per cosa, poi? Semplicemente per aver sfruttato un improvviso e fulminante successo mondiale facendo quello che ogni essere umano dotato di un minimo di senno avrebbe preteso di poter fare: ambire alla luna pur di riuscire a dare vita alla sua opera più ambiziosa, il suo enorme affresco su ciò che, né più né meno, poteva corrispondere a tutti gli effetti alla realtà di un paese martoriato dalla interminabile fame di successi e reputazione internazionale a buon mercato. Era fame di dibattiti carichi di contenuti, fu intesa di comune accordo come megalomania, superomismo, follia distruttiva.

I cancelli del cielo, chiariamolo una volta per tutte, non è – come si affannano a sottolineare i telegiornali in queste ore – “il più grande flop della storia del cinema” (come, poi, una semplice unità produttiva come la United Artists, fallita in quell’occasione, si sia innalzata ad equivalente unica del mezzo è ancora da specificare), bensì il più grande affresco sul mondo contemporaneo che l’America (sia sociale che industriale, nell’ambito dello spettacolo ma non solo) ha deliberatamente distrutto, affossato, lasciato marcire in un limbo di finti eroi e inesistenti giustificazioni rivolte verso un certo “sogno” che ancora non si è capito bene cosa sia mai stato o cosa abbia potuto mai voler intendere. Fandonie? No, se si osserva per davvero la versione restaurata “director’s cut” che un vero Festival del Cinema come quello di Venezia volle, finalmente, fare la grazia di concederci. Nelle tre ore e trentasei offerte da quel capolavoro, infatti, emergeva tutta la grandezza ideologica di chi, come Cimino, aveva compreso a fondo, vivendolo, tutto il senso di inadeguatezza di un mezzo continente posizionato troppo in alto rispetto a dove meriterebbe di sedere per davvero. E poco importa se, per ottenere un risultato così importante, i costi, all’epoca, superarono di tre o quattro volte quelli inizialmente stabiliti dai signoroni in poltrona. Hollywood è un colosso inarrivabile e, in quanto tale, non soffrirà mai veramente così tanto se scippato e derubato a fin di bene (perché l’Arte, quella vera, è un bene, punto e basta). Il problema è che Hollywood è anche un mostro vendicativo, l’Idra che di giorno acconsente a pacche sulle spalle e di notte deturpa il tuo paesaggio non solo interiore.

3Alzi la mano chi – diciamo così – fa il regista. Molto bene. Ora alzi la mano chi fa il regista e ottiene senza troppa fatica (quindi, forse, fa anche un certo tipo di film che, come dire, possono andare bene, sì, dai, così può passare) il benestare, qui in Italia, della Direzione Generale per il Cinema del Mibact. Eccoti. Sai tu, per caso, cosa può voler dire vederti massacrare un premontaggio di giornalieri ogni maledetto nascere e tramontare di sole, dopo aver messo insieme con enorme cura e consapevolezza il materiale di base che ti servirà per raccontare quello che veramente hai dentro, quello che realmente vedi tutti i sacrosanti giorni intorno a te e che percepisci come incompreso da chi veramente dovrebbe offrire un punto di riferimento quantomeno ideologico? No, tu non lo puoi sapere. Tu, forse, non te ne accorgi ma ti tieni fin troppo stretta la fortuna di poter dire cosa fare ai tuoi interpreti e, così, lasci passare ogni pseudo suggerimento da parte dell’ispettore di produzione di turno che si affanna a ricordarti a che punto è il budget, se ce n’è uno.

Se un capolavoro come Il cacciatore è, appunto, un capolavoro, è solo perché un uomo, prima ancora che un grande artista, ha deciso di combattere, lottare fino in fondo pur di offrire alla tua soporifera e superficiale considerazione non un oggetto di culto ma un vero e proprio cimelio di autoriflessione accorata e istintiva, tanto denso di lucidità e consapevolezza da apparire inaccettabile per chi detta le regole del gioco. Tutto bene, insomma, finché obbedisci e fai quello che passa il convento. Giù, allora, con Clint EastwoodUna calibro 20 per lo specialista (1974), prodotto di ottima fattura ma ammirato dalla massa informe quasi esclusivamente per la presenza di certi stereotipi camuffati da perdizione; caratteristiche, però, completamente sovvertite da due lavori successivi che, per contro, se ne servono per mettere a nudo, setacciare, fare luce nel buio, orientare. Chiediti, dunque, perché la versione inizialmente “ufficiale” de I cancelli del cielo corrisponde effettivamente ad un film molto brutto, incoerente e incostante dal primo all’ultimo fotogramma. Il motivo è molto semplice e risiede in quanto detto nel paragrafo precedente. In quel caso, il buon Cimino non riuscì a operare quanto fatto per Il cacciatore (rimontare di notte quello che i professoroni di produzione smembravano di giorno, arrivando a 182 minuti di pura ed eterna verità per immagini con tanto di gesto dell’ombrello). Nella turnata successiva, i dottori dei miei stivali ebbero il coraggio di potare più di metà dell’operato giungendo a soli 149 minuti (sugli iniziali 325) di assoluta inconsistenza narrativa.

4Proprio chi ha fatto finta di piangere uno come Michael Cimino per poi tornare in un batter d’occhio alla propria futilità quotidiana, in sostanza, a suo tempo ebbe un certo malsano gusto nel vincere facile su chi, in un modo o nell’altro, gli aveva fatto capire giusto un paio di cose. Ecco perché, prima di postare su Facebook e Twitter questa o quell’altra scena o sequenza dell’unico titolo approvato all’unisono, occorre chiarirlo una volta per tutte: Michael Cimino non è un regista scomodo e maledetto. Michael Cimino è il più grande regista statunitense che la fottuta Hollywood ha deliberatamente e più che consapevolmente distrutto, insabbiato, interrato, ucciso, smembrato, incenerito. E prova a dire che non è così.

Pubblicato in Senza categoria | 1 commento

Ryan Gosling è Neil Armstrong in “First man” di Damien Chazelle

1La rivista People ha pubblicato in anteprima le primissime immagini ufficiali di First Man, il nuovo film di Damien Chazelle con, nel cast, di nuovo Ryan Gosling dopo il fortunatissimo La La Land.

Il film uscirà in Italia il prossimo 31 ottobre e vedrà Gosling nei panni dell’astronauta Neil Armstrong, ovvero il primo uomo a mettere piede sulla Luna il 20 luglio del 1969.

Accanto a Ryan Gosling ci sarà Claire Foy (già nelle vesti della regina Elisabetta nella serie The Crown) nei panni della moglie di Armstrong, Janet.

First Man è ambientato tra il 1961 e il 1969 e narra delle vicende che portarono allo sbarco sulla Luna da parte della missione Apollo 11. Nel cast sono presenti anche Jon Bernthal, Pablo Schreiber, Jason Clarke, Kyle Chandler, Shea Whigham, Patrick Fugit, Corey Stoll, Lukas Haas, Cory Michael Smith, Brian d’Arcy James e Brady Smith.

Queste le foto ufficiali di First man pubblicate in esclusiva da People.

Questa presentazione richiede JavaScript.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Iniziate le riprese di “The mule”, il nuovo film di Clint Eastwood

clint-eastwoodIl 4 giugno sono iniziate le riprese di The mule, il prossimo film di Clint Eastwood. La pellicola sarà prodotta da Warner Bros. Pictures in associazione con Imperative Entertainment. Ma c’è di più: a comparire da protagonista davanti alla macchina da presa, oltre che a dirigere il film, sarà proprio il buon Eastwood (non accadeva dal 2009 di Gran Torino). Lo affiancheranno Bradley Cooper, Laurence Fishburne, Michael Peña, Dianne Wiest, Alison Eastwood, Taissa Farmiga e Ignacio Serricchio.

The mule (scritto dallo stesso sceneggiatore di Gran Torino, Nick Schenk) avrà come nucleo portante la storia di Earl Stone (interpretato da Eastwood), un ottantenne rimasto completamente solo e senza un soldo. Stone deve affrontare la chiusura anticipata della sua impresa quando gli viene offerto un lavoro per cui è richiesto il solo saper guidare un auto. Earl accetta ma non può sapere che quella attività lo porterà a diventare un corriere della droga di un cartello messicano.

Earl svolge talmente bene il suo compito da veder crescere sempre di più il suo impiego fino a trovarsi affiancato da un assistente tenuto d’occhio, però, dall’efficiente agente della DEA Colin Bates (interpretato da Bradley Cooper, di nuovo al lavoro con Eastwood dopo American sniper del 2014).

Se, quindi, i problemi di natura finanziaria sono acqua passata, ora cominciano ad affiorare errori che, gradualmente, portano Earl a chiedersi se riuscirà a rimediare prima dell’intervento della legge o, malauguratamente, di qualcuno del cartello per cui lavora.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Il Concerto (Radu Mihaileanu, 2009)

1La musica come fonte di salvezza spirituale è un tema portante già affrontato, in diverse sedi e secondo diverse modalità, da registi e scrittori di ogni natura. Ma l’accomunare una pagina di spartito con la soluzione, tutta interiore, di un dramma vissuto e rimasto privo di anelli di congiunzione, ai fini di una ricostruzione cronologica di un passato burrascoso, ha pochi precedenti specie se si affronta una serie di elementi tanto sottili da rischiare di far precipitare il complesso racconto in un non meritato qualunquismo strappalacrime. Il rumeno Radu Mihaileanu, per contro, già precedentemente impegnato a celare potenti impatti emotivi per mezzo dei toni grotteschi del più celebre Train de vie, sviluppa una pellicola molto gradevole senza mai deviare dalla necessità di affrontare tematiche estremamente profonde ed impegnative, sfruttando una semplice ma sincera ironia per esorcizzare demoni di inopportuni e, spesso, scomodi filosofismi privi di ragion d’essere.

A luci spente, le delicate mani del maestro Andrei Filipov (Aleksei Guskov) sono protese nell’atto di dirigere un’orchestra il cui suono sembra provenire da un universo lontano e poco definibile. Si respira un’atmosfera sublime, un evidente e sacro stato di grazia che solo esperienze sensoriali eccelse come il vibrare delle note di un Tchaikowsky sincero e rivelatore può conferire a chi vi si lascia trasportare. Ma un telefono cellulare squilla e il sogno sfuma: la realtà condanna il maestro al purgatorio dell’addetto alle pulizie del teatro dove, fino a trenta anni prima, si innalzava sulle sue fondamenta il prestigioso ensemble. Si tratta del Bolshoi, orgoglio artistico della Russia di Breznev ora smagrito della preponderante consistenza ebrea all’interno del suo corpo costituente, al tempo giudicata come nemica del popolo. Ma se è vero che per ogni porta che si chiude si apre un portone, un fax rubato può riaccendere un fuoco di speranza negli animi di veri amici, prima ancora che musicisti declassati. Prende piede, allora, la possibilità di far rinascere il passato attraverso un imponente concerto parigino. Al contempo, nasce la scintilla di una tanto ambita ricerca del suono etereo di un violino incessantemente ammirato e seguito sfidando le incongruenze spaziotemporali, strumento-simulacro incarnato dalla giovane e talentuosa Anne-Marie Jacquet (Mélanie Laurent), fulcro preponderante di rivelazioni e scelte motivazionali ben precise.

2Se il passato può rivivere e ricucire quanto di più dolorosamente incompiuto, una pagina del Concerto per violino e orchestra del più celebre autore russo si innalza a detentore di segreti tanto divini quanto dettati dal vero significato dell’amore fraterno. Avvicinando rischiosamente concezioni politiche a strutture umanistiche di fondamentale importanza per la costruzione del senso complessivo relativo al racconto, Mihaileanu giostra con estrema sensibilità e con commovente delicatezza, mista a sapiente tatto d’autore, un racconto sincero e carico di verità interiori facendo perno su una marcata leggerezza(specie nella prima metà della pellicola) utile a rendere il coacervo di storie e sensazioni quasi come un serbatoio di elementi umani tanto semplici quanto dimenticati. Il tutto allo scopo di costruire una sorgente basilare per l’accumulo emotivo di quei necessari e vitali slanci di umanità che troveranno luogo e definitiva dimora nella lunga sequenza finale: una solida terapia esorcizzante per rancori, incomprensioni e speranze dissacrate legate ad un passato impossibile da sotterrare nelle crudeli e spietate sabbie del tempo e della ingiustificabile mancanza di meritocrazia.

La straordinaria fragranza spirituale che la musica può regalare – sembra voler dire il cineasta rumeno – racchiusa tra cinque righe e quattro spazi pari ad una vita intera, redime anima e corpo enfatizzandone l’empatia comunicativa e sollevandoli oltre le grigie patine dell’insensibile tempo presente.

 

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento